ODOARDO FOCHERINI

Un cristiano non un eroe

Morì a Hersbruck dopo aver salvato un centinaio di ebrei: sarà beato

Benedetto XVI ha autorizzato ieri la Congregazione per le cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante il martirio in "odium fidei" del Servo di Dio carpigiano Odoardo Focherini. La notizia giunge a pochi mesi dall’uscita della prima biografia completa su quest’uomo che, dopo l’8 settembre 1943, si adoperò per far fuggire dall’Italia un centinaio di ebrei e, per questo, venne catturato e deportato; la sua fine è annoverata tra i 467 morti del campo di Hersbruck del mese di dicembre 1944. "Focherini non era un eroe di altri tempi, un predestinato al gesto eroico", spiega lo storico Giorgio Vecchio, autore del volume "Un ‘Giusto fra le Nazioni’. Odoardo Focherini (1907-1944)", intervistato da Benedetta Bellocchio, per il Sir. Dall’Azione Cattolica ai lager nazisti, era un uomo "come ne sono esistiti e fortunatamente ne esistono milioni di altri: persone oneste, buoni lavoratori, mariti e padri di famiglia", che seppe vivere il passaggio a quella "anormalità della carità più radicale" che certo segnò la sua condanna a morte ma anche la salvezza di molti.

Come tratteggia la figura di Odoardo Focherini?
"La mia interpretazione, che vale per Focherini e per altri personaggi come lui, è che si è trattato davvero di un uomo normale, se per normale intendiamo un uomo che svolge la sua vita, hai suoi affetti, il suo lavoro, un tran tran quotidiano. Però questo uomo normale ha innanzitutto un carattere particolare, che è dato dalla sua fede e dalla sua generosità. Ma è soprattutto un uomo che, quando si trova di fronte ad avvenimenti eccezionali, sa fronteggiarli. E quindi, in questo caso, diventa un uomo ‘anormale’, cioè capace di uscire dalla quotidianità, per affrontare situazioni che sembrano più grandi di lui".

Quali sono gli elementi più significativi negli anni della formazione e maturità di Odoardo?
"Senz’altro la formazione ricevuta in famiglia e all’interno della Chiesa locale. La mamma negli anni prima della morte prematura, e poi la matrigna – in realtà una vera mamma dal punto di vista affettivo – avevano una religiosità spiccata. Poi gli ambienti che frequenta; il legame con Zeno Saltini, con l’Azione Cattolica, la passione per l’associazione scautistica. In particolare, l’Ac è quella che segna tutta la sua vita: si forma secondo i criteri educativi di quel tempo, che esigevano un profondo impegno personale, una profonda moralità, secondo i ‘doveri di stato’, cioè quelli legati al proprio stato di vita. Si può dire che l’Ac ha segnato tutta la vita di Odoardo".

Con la guerra la vita cambia. Come mutano i rapporti familiari quando decide di dedicarsi al salvataggio degli ebrei?
"È difficile entrare in tanti dettagli, è anche giusto che lo storico non entri nell’intimo della vita personale e coniugale. Certamente le scelte che fece dopo l’8 settembre del 1943 provocarono disagi materiali, ma soprattutto interiori, in famiglia, per la paura e la preoccupazione di perdere quest’uomo che ovviamente, dal canto suo, manteneva il più stretto riserbo su quello che stava facendo a favore degli ebrei. Poi, dopo l’arresto nella primavera del 1944, le preoccupazioni si fecero più gravi e gravide di conseguenze. Mi preme far notare che quest’uomo ormai maturo – anche se non dobbiamo dimenticare che in 37 anni Focherini ha percorso tutta la sua vita – di fronte alla necessità che gli si pone davanti (la vocazione di salvare gli ebrei), mantiene una caratteristica sua tipica, che le sue figlie ricordano spesso: sapeva far ridere, godeva la vita anche nei suoi aspetti più semplici, facendo ‘l’attore’ per il puro divertimento dei suoi bambini. Questo saper confortare anche con un sorriso, rimane nel salvataggio degli ebrei: infonde una nota di ottimismo, serenità e speranza, che mi sembra sia da sottolineare oltre l’aspetto materiale".

Una biografia che finalmente restituisce un personaggio a tutto tondo. Ci sono piste ulteriori da percorrere?
"Mi piacerebbe, dovrebbe essere sempre negli auspici di chi scrive una biografia. Al momento io credo di aver visto quello che è possibile vedere, ciò che esiste. Ho consultato gli archivi dell’Azione Cattolica per ricostruire il suo impegno associativo, gli articoli di cronaca locale – Focherini fu anche giornalista –, i pochi frammenti sulla deportazione. Nel caso dei capitoli dedicati alla vita in carcere e nei campi, ci si deve basare soprattutto sulle testimonianze dei sopravvissuti. Focherini ha però una particolarità: di lui vi sono molte lettere che egli seppe far uscire dal carcere e dai campi: finché rimase a Bologna, Fossoli e Bolzano, abbiamo moltissimi scritti, seppure cifrati e colmi di espressioni generiche, che ci consentono di seguirlo quasi passo passo".

Con la beatificazione Odoardo Focherini potrà finalmente essere conosciuto al di là dei confini locali…
"Direi proprio di sì. Forse si può fare un rimprovero alle diverse realtà che hanno avuto il dono di osservare da vicino Focherini, che è quello di non averlo fatto uscire dai confini più ristretti. Dunque, la notizia della beatificazione può oggi essere letta non solo come occasione per ringraziare Dio di aver avuto tra noi una figura così di spessore, ma anche per farla conoscere a tutta l’Italia e anche all’estero. Dal punto di vista storico, questa beatificazione è di stimolo per riflettere ancora sul significato della Shoah per il nostro Paese e sui crimini del Novecento, ritornando su queste figure di salvatori, ma anche sulle vittime e sulle persecuzioni che hanno segnato la nostra storia. Infine, in un momento di crisi come quella attuale, che si manifesta non solo dal punto di vista economico ma con forti risvolti sociali, valoriali, determinandosi anche come crisi di speranza, può essere un elemento molto positivo ritornare, grazie a questa beatificazione, alla figura di un italiano che ha reso grande il Paese, mostrando che questa nostra storia è fatta anche di brava gente, di brave persone capaci di restituire al presente, seppur difficile, un orizzonte di speranza".