50° CONCILIO

Un reciproco accogliersi

L'”io” e il “noi” nell’esperienza del sacro

Foto SIR

"La pastoralità e la questione dell’individuo nella liturgia" è stato il tema del convegno di studio promosso dall’Istituto di liturgia pastorale Santa Giustina di Padova in occasione del 50° di apertura del Concilio Vaticano II. Ai lavori, svolti nei giorni scorsi presso la Casa Sacro Cuore di Torreglia, sono intervenuti studiosi ed esperti di liturgia e spiritualità. Il Sir ha intervistato uno dei relatori, don Aldo Natale Terrin, che ha presentato una relazione su "L’‘io’ e il ‘noi’ nell’esperienza del sacro".

L’occasione dei 50 anni dell’apertura del Concilio riporta all’attenzione il rapporto tra individuo, nel senso del singolo credente, e la liturgia che è un agire comunitario. Cosa dire?
"Nel convegno di Torreglia si è messo in evidenza che tutti e due i soggetti sono compresenti nella pastorale liturgica e direttamente nella liturgia, ma che ci sono istanze nuove che nascono dalla ‘soggettività’ del soggetto. Oggi – tra l’altro – anche per contingenze storiche particolari, il soggetto prende sempre più risalto, la società nasconde se stessa dietro la soggettività di ciascuno. Anzi occorre dire che c’è una specie di ‘ipertrofia dell’io’ e dell’individualismo evidente e a tutti palese. Il soggettivismo, che poi si è sviluppato sotto forma d’individualismo, fino a raggiungere a volte forme paradossali e patologiche di ‘narcisismo’ o addirittura di ‘autismo’ è l’eredità di un post-moderno, che ora appare in fase di regressione, ma che rimane essenzialmente ancora dominante nel nostro mondo contemporaneo".

Cosa può fare la Chiesa in questa situazione?
"Rispetto a questo mondo così sbilanciato sul lato dell’individuo e del soggetto, la Chiesa nel suo sforzo pastorale, deve in qualche modo andare incontro a queste forme di ‘chiusura in se stessi’ o deve invece reagire e riportare l’individuo al senso comunitario ed ‘ecclesiale’ da sempre riconosciuto come essenziale per la realtà del credente? Sarebbe facile fare appello all’Ekklesìa, alla comunità dei credenti, di cui già si parlava nei primi tempi della Chiesa. In realtà oggi bisogna più di ieri porre attenzione anche all’‘io’, in quanto l’‘io’ sembra essere oggi il centro di una vera esperienza cristiana a volte non più condivisibile o non più facilmente comunicabile. Dunque l’istanza oggi pressante del soggetto ‘individuo’ – benché possa assumere forme patologiche – non va elusa e, in particolare, nella preparazione ai sacramenti, che sono da sempre momenti ‘personali’ d’incontro con la Grazia di Dio, va esercitata un’azione diretta di tipo ‘personale’".

Le sembra che nel clima di un diffuso relativismo etico, come quello odierno, sia opportuno soffermarsi sul rapporto tra il singolo credente e la liturgia?
"Il relativismo è frutto del soggettivismo e dell’individualismo: le realtà si richiamano da sé e formano un complesso di situazioni attuali da cui è difficile uscire. Domina la cultura dell’individuo, domina il singolo nella sua libertà e nella sua soggettività. Potremmo dire in parole molto più povere che l’uomo oggi è ‘un fai da te’, un bricoleur che non si adatta più al gruppo e alle credenze di massa. In questo contesto, una maggiore attenzione al soggetto ‘io’ sembra imporsi da sé, anche se forse controvoglia. Purtroppo non è pensabile una liturgia per i ‘singoli’, si potranno però incrementare forme personali di ‘devozione’. Anche queste forme di pietà non vanno dimenticate né disprezzate. Del resto, la ‘preghiera personale’ è sempre stata al centro anche delle raccomandazioni pastorali della Chiesa".

Il linguaggio liturgico valorizza adeguatamente il singolo oppure insiste soprattutto sul "noi" a discapito dell’"io"?
"Forse si potrebbe osservare che per il nostro tempo il linguaggio liturgico potrebbe servirsi maggiormente di ‘illocutori’ del tipo ‘io-tu’, soprattutto nell’amministrazione dei sacramenti dell’iniziazione. Ma il discorso globale del convegno non si è soffermato su questi aspetti pratici, ha piuttosto messo in evidenza le difficoltà di tradurre il ‘noi’ in un ‘io’ e viceversa nell’altrettanta difficoltà di cogliere l’‘io’ nel ‘noi’, che è usuale nella ritualità liturgica".

Se la questione è pastorale, oltre che liturgica, cosa si potrebbe fare per incrementare sia l’apporto del singolo credente che la vitalità della comunità?
"La preghiera liturgica non può ‘privatizzarsi’ se non a scapito della sua stessa essenza. Ne andrebbe della sua stessa natura. È pensabile incoraggiare devozioni personali dove ciascuno possa ritrovare la sua identità di credente, anche fuori dalla liturgia. La liturgia è il paradigma fondamentale del senso cultuale della Chiesa, ma ci sono molte forme di pietà che possono essere di aiuto e possono accompagnarsi meglio alle proprie esigenze. Naturalmente anche la liturgia dovrebbe favorire forme più individuali di pietà. Per esempio, il silenzio durante la celebrazione crea uno spazio inusuale per la propria forma di preghiera e per dare respiro alle proprie esigenze personali. In ogni caso è necessario un giusto equilibrio tra l’‘io’ e il ‘noi’".

(15 maggio 2012)