SAN GALLO

Tra presente e futuro

L’abbazia svizzera compie 1400 anni, ed ha ancora molto da dire

La motivazione dell’Unesco era stata molto chiara: un eccezionale esempio di tipologia di edifici che simboleggiava la storia dell’umanità e che evidenziava una convergenza significativa dei valori culturali e religiosi con lo sviluppo dell’architettura e della tecnica. San Gallo rappresentava la negazione di uno dei “valori” della modernità, vale a dire l’effimero, il non duraturo, ciò che si lascia consumare senza tante storie. E, si guardi bene, l’iscrizione nella lista Unesco dei siti considerati patrimonio mondiale dell’umanità risale al 1983, vale a dire all’inizio di tale compilazione, e non fu caldeggiata dall’amministrazione locale, ma dalle agenzie internazionali incaricate di monitorare i tesori del nostro pianeta: una scelta oggettiva, quindi, non di parte, che la dice lunga sull’importanza di una delle più interessanti abbazie del mondo. Abbazia che compie ora mille e quattrocento anni: nel 612 della nostra era, Gallo, un monaco irlandese, al seguito del suo maestro Colombano giunse in questo luogo del nord-est elvetico e si fermò in preghiera e meditazione. Fu l’evento originario, perché in questa impervia zona montuosa nacque un piccolo eremo, probabilmente con un oratorio e alcune celle intorno, che un secolo più tardi un altro monaco, stavolta di lingua tedesca, Otmar, sostituì con un complesso monastico vero e proprio, adottando la regola benedettina. Iniziò così una lunga serie di stratificazioni che ha portato all’attuale assetto dell’abbazia, datato inizi del Settecento, con lavori durati a lungo: nel 1761 ci furono ancora pesanti interventi di demolizione (il coro gotico, ad esempio) e bisognò attendere la prima decade del XIX secolo per l’ultimazione, anche se l’intero complesso può essere considerato un cantiere aperto per la sua natura composita. Ma San Gallo nasconde, si fa per dire, una ulteriore meraviglia: la biblioteca, nell’aspetto attuale risalente al diciottesimo secolo, anche se in realtà è operante da più di 1200 anni. Qui sono catalogati 170.000 volumi, di cui 2.200 manoscritti e 500 databili a prima dell’anno Mille: una parte di questi rappresenta la testimonianza dell’emergere della lingua tedesca dall’oscurità dell’alto medioevo. Ma la biblioteca continua a vivere, non solo come pura ostensione di codici e volumi, ma –e questo dovrebbe insegnarci qualcosa in termini di “spendibilità” dei nostri patrimoni- anche come servizio continuo e adeguato ai tempi: 400 antichi codici sono stati perfettamente digitalizzati e messi in rete, a disposizione degli studiosi, che possono ammirare, come se li avessero davanti, caratteri di scrittura, marginalia, miniature e tavole di copertina. Il che è una lezione di come attualizzare il passato immettendolo in quella che è la rete di comunicazione di oggi e di domani, per affidarlo alle nuove generazioni. Lezione che ci proviene non da sofisticati ed algidi laboratori degli sciamani del net, ma da una più che millenaria abbazia nascosta nelle alpi svizzere. Non vi ricorda nulla tutto questo? Provate a riandare alle origini del monachesimo benedettino, a coloro che permisero alla cultura di sopravvivere alla grande crisi dell’impero romano e di essere a disposizione delle generazioni future, grazie al loro lavoro di copiatura. Ciò che chiamiamo cultura oggi lo dobbiamo a quel lavoro silenzioso. San Gallo rappresenta anche questo: l’inarrestabile spinta alla conoscenza favorita proprio da quelle istituzioni che oggi molti accusano di oscurantismo, ed invece permettono alla cultura umana di sopravvivere. Ma la biblioteca rappresenta un tesoro culturale anche per un altro motivo: le centomila persone, che ogni anno ammirano la splendida saldatura tra città (che conta oggi quasi 70.000 abitanti) e impianto monastico-abbaziale (con la caratteristica, anche se moderna, doppia torre, memoria dell’antica basilica carolingia), hanno modo di stupirsi di fronte alla sala di lettura della biblioteca, esempio di rococò talmente geniale da far sembrare leggère – con un ardito gioco di volute e linee curve- le spinte possenti delle murature che devono sopportare anche il peso delle migliaia di volumi custoditi nei contenitori. Ma il singolare rapporto tra passato e presente che si è stabilito a San Gallo non finisce qui: nei pressi dell’abbazia ha infatti sede il Consiglio delle Conferenze dei Vescovi d’Europa (Ccee), un organismo ecclesiale che riunisce i presidenti e i segretari generali delle Conferenze episcopali cattoliche del nostro continente (oggi il presidente è il cardinale ungherese Peter Erdö, vicepresidenti il cardinale italiano Angelo Bagnasco e l’arcivescovo polacco Józef Michalik.). L’oggi del vecchio continente è debitore più di quanto alcuni pensino di un ieri in cui la fede significava spirito comunitario e rispetto per la cultura. Si può dire la medesima cosa di alcune “libere” ideologie del nostro oggi?