FEDE E CULTURA

Una tv senza decoder?

Mons. Sergio Lanza: il rischio di ”immagini grigie, sfuocate…”

"L’annuncio della fede tra riflessione teologico-pastorale e prassi pastorale" è il tema del forum di teologia pastorale promosso oggi a Roma dalla Pontificia Università Lateranense in collaborazione con il Centro di orientamento pastorale (Cop). Vi hanno preso parte pastoralisti, docenti e numerosi studenti delle Facoltà teologiche romane. I saluti sono stati portati dal rettore della "Lateranense", mons. Enrico Dal Covolo e, a nome del preside, mons. Dario Edoardo Viganò, dalla vice-preside Chiara Palazzini. Luigi Crimella, per il Sir, ha intervistato uno dei relatori, il pastoralista e assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, mons. Sergio Lanza.

Come si colloca la teologia pastorale nei confronti dell’esigenza di una "nuova evangelizzazione"?
"Il termine ‘nuova evangelizzazione’ non è pleonastico, ma estremamente espressivo. Infatti fa riferimento a una realtà e una situazione della Chiesa e della religione completamente nuova. Pensando alla catechesi si può dire che nessuna pietra dell’edificio antico è rimasta stabile l’una sull’altra, mentre molto spesso la nostra pastorale si muove ancora su vecchi schemi".

Quindi, secondo lei, soprattutto le giovani generazioni sono distanti in maniera profonda dalla Chiesa in termini culturali?
"Sembra di assistere allo svuotamento delle forme precedenti di annuncio, che perdono attendibilità, interesse. Quindi, quello che è avvenuto, consiste in un depotenziamento culturale della fede, che non ha più presa profonda e non svolge quindi un ruolo di orientamento esistenziale. È come se ai giovani fornissimo una tv, la vecchia catechesi, senza dotarla di un moderno decoder. Così i giovani si trovano spaesati e semmai vedono immagini grigie, sfuocate, piuttosto insignificanti per la loro vita, o addirittura fuorvianti. Basta pensare a come viene recepito il concetto di peccato, pieno di malintesi e in grado di determinare un’impostazione morale che può, nel prosieguo dell’esistenza, creare non pochi problemi".

Cosa può fare la parrocchia a questo riguardo?
"Direi che la parrocchia oggi rischia di essere colta fondamentalmente come un’agenzia erogatrice di servizi, soprattutto socio-assistenziali, magari graditi e utili, però non certo sul piano esistenziale, cioè capaci di aiutare la maturazione della persona. Sul piano dell’offerta pastorale non si è percepito questo cambiamento radicale di comprensione della fede e, quindi, l”offerta pastorale’ è fatta con aggiustamenti più o meno azzeccati dei vecchi sistemi, invece di affrontare la questione alla radice".

Esiste una ricetta pastorale adatta a questa società così complessa e mobile?
"Se la Chiesa oggi vuole essere un’istituzione in grado di offrire un supporto valido sul quale le persone possano progettare la propria esistenza, occorre che accetti di essere una di tali agenzie di riferimento e non l’unica. Quindi dovrà articolare i propri metodi e linguaggi e saper essere una presenza di ‘prestigio’. Senza prestigio non ci sarà stima da parte della gente. Fare bene l’assistenza sociale non significa fare ‘nuova evangelizzazione’".

Come parlare all’uomo contemporaneo che è sottoposto a un bombardamento di messaggi contraddittori?
"La fede cattolica deve apparire un messaggio significativo per interpretare, progettare e attuare l’esistenza nella sua dimensione quotidiana e nel suo distendersi nel tempo. Bisogna saper dire la fede cattolica nel tempo che stiamo vivendo con efficacia, capacità e anche con gioia. Questo è l’elemento centrale, perché dobbiamo essere credibili sul piano personale, attendibili su quello culturale, ma soprattutto affascinanti su quello dell’atteggiamento, perché ‘gioiosi’. Senza la gioia non si fa nuova evangelizzazione. La gente crederà se vede che la fede cattolica produce gioia vera e stabile, cioè una vita che vale la pena di essere vissuta".