UNIONE EUROPEA E G8
La voce dell’Europa su clima, sicurezza alimentare, ”primavera araba”
L’emergenza-Grecia, il nuovo ma per certi versi scontato binomio “rigore e crescita”, l’abbozzato asse tra Obama e Hollande, le “prediche” (da quale pulpito!) del presidente americano all’Europa su moneta, finanza ed economia reale… Come se la crisi che da quattro anni investe il mondo non si fosse generata proprio negli Usa.
È un G8 quanto mai irrituale quello che si consuma a Camp David. Convocato per fare il punto su alcune tra le principali sfide in atto a livello globale (economia, instabilità politiche regionali, clima, sicurezza alimentare), l’incontro fra le potenze mondiali ha dovuto per forza di cose rimettere al centro del tavolo la situazione ad Atene, con voci che si rincorrono tra possibili uscite da Eurolandia e rinnovati progetti di “salvataggio”.
Nonostante questi temi in primo piano, l’Unione europea – che siede da “autorevole osservatore” accanto a Stati Uniti, Canada, Giappone, Russia, Germania, Italia, Francia e Regno Unito -, tenta di svolgere un ruolo “terzo”, inteso a ricordare agli otto Grandi che non si vive di solo spread. Il pianeta, i popoli, lanciano segnali troppo forti per non essere uditi, e sollevano domande epocali che non possono essere eluse.
Al G8 “l’Unione europea intende contribuire attivamente alla ricerca di soluzioni comuni alle sfide mondiali più impellenti, tra cui l’economia, la sicurezza alimentare, l’energia e il clima, gli sviluppi regionali e politici e le questioni relative alla sicurezza”. Così si era espresso il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, prima di salire sull’aereo che lo avrebbe portato da Bruxelles a Camp David. Barroso non aveva eluso l’urgenza relativa ai mercati e alla moneta unica: “Il messaggio dell’Ue sarà chiaro; l’Europa è fermamente decisa a mantenere la rotta nell’attuare la sua strategia globale di uscita dalla crisi e ripristino della crescita. La nostra risposta si basa principalmente su due elementi: finanze pubbliche sane e misure a favore della crescita, perché questo è l’unico modo di creare nuovamente fiducia”. Ma l’insistenza dell’Ue riguarda tanto l’euro quanto i cambiamenti climatici, la disponibilità di cibo per quella metà del mondo che conosce ogni giorno fame e sete, le migrazioni, le lotte per la democrazia che si consumano tra nord Africa e Pakistan, tra Terra santa e Afghanistan, tra Sudan e Cina.
Non devono quindi apparire demagogiche le parole che Barroso, appoggiato dal presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy, fa risuonare al di là dell’Atlantico. “Occorre agire con determinazione per favorire lo sviluppo sostenibile, migliorare la resilienza dell’agricoltura e ridurre la povertà, promuovere i valori democratici e lo Stato di diritto e rafforzare la stabilità internazionale”. Barroso e Van Rompuy sono sbarcati in America con valigette cariche di proposte sulle relazioni commerciali, il controllo delle emissioni inquinanti, gli investimenti a favore dei Paesi in via di sviluppo, il sostegno materiale, oltre che politico, alla “primavera araba”. Occorre però che la voce “terza”, e un po’ fuori dal coro, dell’Ue possa risuonare, ed essere ascoltata, dai Grandi del mondo.