50° CONCILIO VATICANO II

Momenti inseparabili

Silenzio e parola: il percorso dell'”Inter mirifica”

Foto SIR

Il silenzio "è parte integrante della comunicazione". Lo ricorda papa Benedetto XVI al Regina Cæli, domenica 20 maggio, nel giorno in cui la Chiesa celebra la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, proprio sul tema "Silenzio e parola: cammino di evangelizzazione". Il silenzio non è il vuoto, non è l’assenza di qualsiasi cosa, ma "luogo privilegiato per l’incontro con la parola di Dio e con i nostri fratelli e sorelle". Di qui l’auspicio, anzi la preghiera del Papa perché "la comunicazione, in ogni sua forma, serva sempre a instaurare con il prossimo un autentico dialogo, fondato sul rispetto reciproco, sull’ascolto e la condivisione".
Il primo documento pontificio relativo al mondo della comunicazione è del 29 giugno 1936: l’enciclica "Vigilanti cura" di Pio XI. Più preoccupato per la piega che l’industria cinematografica stava assumendo, il Papa non mancava però di esortare "tutte le persone di buona volontà a nome della religione non solo, ma anche a nome del vero benessere morale e civile dei popoli, perché si adoperassero con ogni mezzo che fosse in loro potere, quale appunto la stampa, affinché il cinema possa diventare davvero un coefficiente prezioso di istruzione e di educazione, e non già di distruzione e di rovina per le anime".

Ma è il Concilio con il decreto sugli strumenti della comunicazione sociale, "Inter mirifica", 4 dicembre 1963, ad affrontare in modo organico la questione del comunicare, sottolineando il diritto a un’informazione vera e integra, e il dovere di scegliere, d’informarsi e di formarsi. Già allora, in un tempo in cui non vi era una presenza così ampia e varia di strumenti capaci di far giungere notizie da ogni angolo del mondo – il computer non era ancora uno strumento diffuso e il telefonino non aveva fatto la sua apparizione, né tanto meno internet e i social network – la Chiesa aveva individuato i rischi di un uso non corretto della comunicazione. Così sottolineando "le meravigliose invenzioni tecniche" e le nuove possibilità offerte al comunicare proprio dai nuovi strumenti, i padri conciliari si preoccupavano per i rischi di una non corretta informazione. Questa è un diritto e una necessità: "La pubblica e tempestiva comunicazione degli avvenimenti e dei fatti offre ai singoli uomini quella più adeguata e costante cognizione che permette loro di contribuire efficacemente al bene comune e di promuovere tutti insieme più agevolmente la prosperità e il progresso di tutta la società". Un’informazione vera e integra, onesta e conveniente, scriveva ancora il Concilio, rispettosa delle leggi morali, dei diritti e della dignità dell’uomo "sia nella ricerca delle notizie, sia nella loro divulgazione".

Il 7 maggio 1967 si celebra la prima Giornata delle comunicazioni sociali, e Paolo VI poteva scrivere, nel messaggio, che "grazie a queste meravigliose tecniche, la convivenza umana ha assunto dimensioni nuove: il tempo e lo spazio sono stati superati, e l’uomo è diventato come cittadino del mondo, compartecipe e testimone degli avvenimenti più remoti e delle vicende dell’intera umanità". E il 23 marzo 1971, nella "Communio et progressio", aggiungeva: "Le comunicazioni sociali non raggiungeranno la loro finalità di contribuire al progresso, se non affronteranno i difficili problemi che attanagliano l’uomo moderno e non gli infonderanno la certa speranza di riuscire a risolverli. Per questo dovranno far crescere continuamente la collaborazione fra gli uomini che credono nel Dio vivente". Giovanni Paolo II ha sempre avuto un’attenzione particolare al mondo della comunicazione, forse dovuta anche alle difficoltà del comunicare vissute nella sua Polonia, occupata prima e poi sotto il regime fedele a Mosca; e alla sua passione giovanile del teatro. Certo nei due documenti "Aetatis novae", del 22 febbraio 1992, e "Il rapido sviluppo", del 24 gennaio 2005, diffuso poco più di due mesi prima della sua scomparsa, papa Wojtyla mette in risalto le possibilità ma anche i rischi dei mezzi della comunicazione. In un tempo di comunicazione globale, scriveva, i media "possono e devono promuovere la giustizia e la solidarietà, riportando in modo accurato e veritiero gli eventi, analizzando compiutamente le situazioni e i problemi, dando voce alle diverse opinioni. I criteri supremi della verità e della giustizia, nell’esercizio maturo della libertà e della responsabilità, costituiscono l’orizzonte entro cui si situa un’autentica deontologia nella fruizione dei moderni potenti mezzi di comunicazione sociale".

Con papa Benedetto, e in modo particolare con il tema di questa 46ª Giornata, recuperiamo, da un lato, le preoccupazioni che i padri conciliari avevano espresso, e, dall’altro, tocchiamo, quasi con mano, le prospettive positive del comunicare. Così riflettere su silenzio e parola significa rendersi conto che ci troviamo di fronte a due momenti della comunicazione: quando si escludono a vicenda "la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza". Se invece s’integrano, "la comunicazione acquista valore e significato".

Fabio Zavattaro

(21 maggio 2012)