MALATI ONCOLOGICI
In Italia 2.250.000 persone nell’esperienza del cancro
"Richiamare l’attenzione sui bisogni di migliaia di persone che affrontano con coraggio e dignità la malattia, quali che siano le sofferenze da patire, le prove da superare, le risorse fisiche o spirituali a cui attingere". È l’obiettivo principale della Giornata del malato oncologico, organizzata dalla Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo). Alla Favo, che ha istituito la Giornata con cadenza annuale nel 2006 grazie a una direttiva della presidenza del Consiglio dei ministri, aderiscono 500 associazioni provenienti da tutta Italia, con 25.000 volontari e 700.000 iscritti. Mons. Andrea Manto, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale della sanità, è stato invitato all’evento conclusivo della VII Giornata del malato oncologico, svoltosi a Roma ieri (20 maggio). Maria Michela Nicolais, per il Sir, lo ha intervistato.
Quando si parla di malati oncologici, si parla molto della necessità di un’assistenza psicologica e molto poco dell’assistenza spirituale: perché?
"Per decenni ci si è focalizzati solo sull’idea, di stampo positivistico e basata sul mito del progresso, della lotta al cancro come lotta del potere scientifico di eliminare, di vincere la malattia attraverso la chirurgia, i farmaci, i progressi nella ricerca. Si tratta di un obiettivo senz’altro importante, ma resta il fatto che, nonostante si siano fatti enormi progressi nella lotta al cancro, di cancro ancora si muore: è un’esperienza molto forte, che segna la vita delle famiglie. In secondo luogo, i molti progressi compiuti hanno contribuito anche a cronicizzare la malattia. In Italia ci sono 2.250.000 persone che o sono passate dall’esperienza di cancro o lo stanno affrontando, stanno lottando con il cancro e facendo il follow up per capire se guariranno definitivamente. Tutte queste persone hanno sicuramente bisogni e domande: soprattutto quando un’esperienza come il cancro si protrae per anni, genera il bisogno non solo di terapie mediche, diagnosi o percorsi clinici, ma di domande psicologiche e soprattutto di verità e di senso, dunque di bisogni spirituali".
Spiritualità, quindi, come risorsa…
"Nella letteratura scientifica, americana ed europea, si è ormai affermato un filone che riconosce sempre più il ruolo spirituale nella gestione, nel vissuto del malattia. Qui il termine spiritualità non è necessariamente inteso come religiosità, ma come cercare un senso, avere un’apertura alla trascendenza, nutrire una forma di fiducia e di speranza che ti fa restare aggrappato alla vita. È anche dimostrato, però, che di tutti quelli che trovano la forza per affrontare la malattia, la gran parte lo fa attraverso la fede, cioè in un percorso religioso strutturato, che ha effetti anche clinici. Positività, tono dell’umore, pazienza, coraggio nell’affrontare il dolore, aderenza a protocolli di adattamento: sono i segni di un protagonismo attivo del malato, che grazie alle sue risorse spirituali riesce anche ad evitare la depressione".
Quali sono i bisogni spirituali che esprime un malato di cancro?
"In ogni situazione in cui si sperimenta la fragilità, l’impotenza di fronte alla malattia, la debolezza del fisico, gli effetti a volte devastanti delle cure, il primo e il più importante bisogno è quello di non essere lasciati soli, di sentirsi amati e riconosciuti. C’è poi il bisogno di ascolto, ma di un ascolto che non sia solo impersonale, bensì empatico, di chi si fa compagno di viaggio, samaritano e cireneo: in una parola, di chi sa prendersi cura, di una persona su cui si può contare, perché non è solo un fornitore di prestazioni. L’altro bisogno fondamentale, per il malato di cancro, è la speranza: anche chi cerca le cure migliori, quello che vuole in ultima analisi è la speranza. Da una recente ricerca dell’Istituto tumori di Milano, condotta da un’équipe multidisciplinare in cui c’era anche il cappellano, emerge come i bisogni spirituali siano presenti in una percentuale che varia dal 67% all’80% dei pazienti, soprattutto cinquantenni in trattamento, e dunque non all’ultimo stadio. Il 93% di essi, inoltre, ha la percezione che ‘esista un Dio, o un essere superiore’. Questo significa che in tutti esiste un germe di spiritualità, che va servito e orientato, come cercano di fare gli operatori sanitari cattolici e la vasta rete dei volontari".
È in crescita la presenza di volontari laici negli ospedali e nei luoghi di cura: quali i passi ulteriori da compiere, nella comunità cristiana?
"Nella ricerca che citavo prima, più della metà delle persone intervistate ha detto che spesso si sentono staccate dalla loro comunità religiosa di appartenenza, e che non sono certi di poter identificare una figura a cui confidarsi. Sicuramente, nelle nostre comunità dobbiamo crescere in questo impegno di farci mediatori per consentire al malato di accedere a una lettura spirituale del proprio percorso di sofferenza. Nella nostra società, sofferenza, morte, cancro, sono parole tabù, e il ruolo di volontari, dei sacerdoti nelle parrocchie, dei cappellani, dei ministri straordinari per l’Eucaristia deve essere quello di abitare le solitudini, perché siano realtà non ‘de-solate’, ma ‘con-solate’. Dove c’è una presenza umana che ama e condivide in un orizzonte di speranza, capace di forme di accompagnamento che sappiano fare rete, si può evitare anche di aggiungere alla sofferenza in fase terminale ulteriori logiche di morte, come le derive eutanasiche".