PARROCCHIA

Ricominciare sempre

Per essere luogo d’incontro e di gioia sul territorio

Nella prolusione ai lavori della 64ª assemblea generale della Cei, aperta ieri in Vaticano, il cardinale Angelo Bagnasco ha sviluppato un passaggio dedicato alla parrocchia, definita "grembo" per accogliere i cosiddetti "ricomincianti", vale a dire le persone che hanno ricevuto una formazione cristiana e poi, per vari motivi, hanno trascurato o interrotto la frequenza religiosa. Il cardinale ha particolarmente insistito su questo ruolo della parrocchia e più in generale sul suo essere centro di richiamo umano e spirituale nel territorio. Per cogliere il significato di questa sottolineatura Luigi Crimella, per il Sir, ha intervistato don Giovanni Villata, parroco e direttore del Centro studi e documentazione dell’arcidiocesi di Torino.

L’annuncio della parrocchia come "via alla Chiesa" da parte del card. Bagnasco ha suscitato un vivo interesse. Cosa ne pensa?
"Fa piacere sentire che la parrocchia, oggi, gode di considerazione proprio in quanto tale. Cioè, come afferma la ‘Christifideles laici’: ‘In quanto Chiesa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie’. Infatti la parrocchia – meglio le parrocchie , vista la situazione di complessità e di differenziazione che l’investe – è ‘via alla Chiesa’ per tutti – non solo per le élites. Lo è come istituzione presente in modo capillare sul territorio, e quindi raggiungibile da chi voglia varcarne la soglia. È chiamata a esserlo, soprattutto per il modo con cui evangelizza il territorio, vale a dire per la sua capacità d’intercettare le domande, di offrire risposte evangeliche, di essere comunità e, cioè, luogo di festa, di gioia, d’incontro tra fratelli e sorelle: capace di ridiventare il luogo in cui i giovani, soprattutto le donne giovani (quarantenni, trentenni e ventenni) che da essa – ci dicono le ricerche e constatano i parroci – stanno sempre più prendendo le distanze, non solo per quanto riguarda le pratiche religiose".

Il cardinale parla di "ricomincianti" e ha detto che "tutti dobbiamo sempre ‘ricominciare’ dopo ogni Confessione". È una sensibilità spirituale da far rifiorire?
"Condivido il monito del presidente della Cei. È chiaro che l’intera Chiesa, in tutte le sue espressioni e, quindi, non solo per quanto riguarda le parrocchie, ha sempre bisogno di chiedere perdono dei peccati, di purificarsi, di sottoporsi al giudizio-verità del Vangelo. È un comunità riconciliata e sempre da riconciliare. Di conseguenza è chiamata a ricominciare, sempre. Si tratta di uno stile di vita, una mentalità da coltivare continuamente. È l’atteggiamento spirituale che la rende apprezzabile da credenti e non. Nella pastorale oggi si parla di ‘ricomincianti’, cioè di adulti che stanno riprendendo il filo della fede interrotto con ogni probabilità, da ragazzi, immediatamente o, prima ancora, della Cresima. Si affacciano alle parrocchie e cercano compagni di cammino, adulti affidabili. Non sono poche le parrocchie che avvertono la loro presenza e che stanno realizzando una pastorale adeguata".

Tra le sottolineature del presidente della Cei c’è quella che nella parrocchia bisogna mettere "un’anima missionaria nelle cose ordinarie". È possibile ciò oggi?
"L’invito alla parrocchia di aprirsi e coltivare una mentalità missionaria (non di conquista), di annuncio a tutti del Vangelo è uno dei temi offerti con maggior insistenza e determinazione dai documenti pastorali dei vescovi italiani in quest’ultimo decennio. È anche il punto debole della parrocchia oggi, spesso ancora autoreferenziale, ripiegata su di sé e che fa molta fatica a realizzare sinergie. Così appare da tutti i tentativi in atto nel Paese di realizzare nuove forme di comunità fra parrocchie. Quindi missionarietà e cooperazione sono le due sfide più importanti, ma anche più difficili da attuare, non solo da parte della parrocchie, perché esigono un cambio radicale di mentalità, prima di tutto tra il clero. Siamo davanti a un’impresa possibile, ma molto più faticosa di quanto previsto. Fa ben sperare il fatto che dove si coltivano queste connotazioni con forza e passione evangelizzatrice, i frutti si toccano con mano, soprattutto per quanto concerne la pastorale dei giovani e delle famiglie".

Il cardinale esorta associazioni e movimenti a "innestarsi in una pastorale integrata". Come valuta questa prospettiva?
"Anche la pastorale integrata, ossia la cooperazione fra diverse risorse su obiettivi comuni e condivisi, non è un percorso facile, ma possibile, perché si sta già attuando fra le parrocchie più sensibili e mature delle diocesi italiane. È un cammino che non deve scattare solo perché mancano i preti, ma perché in ballo c’è la realizzazione dell’identità della Chiesa-comunione oltre alla consapevolezza, che, date le attuali condizioni socio-culturali, nessuno, da solo, può permettersi d’incidere sul futuro di qualsiasi organizzazione. Possono contribuire alla realizzazione di questa impresa, certamente, i movimenti, le associazioni e i gruppi ecclesiali, sia per la formazione che danno ai membri, sia per la necessità che essi stessi hanno di essere sempre più radicati nel tessuto ecclesiale popolare, per non rischiare chiusure elitarie. Questa, insieme alle nuove forme di comunità fra parrocchie, può essere la scommessa che apre sul futuro, che segnerà, a mio avviso, la vera svolta della pastorale parrocchiale".