EDITORIALE

Manca una visione

L’Europa nella parole del card. Angelo Bagnasco, vicepresidente Ccee

Dalla prolusione che il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei e vicepresidente del Ccee, ha tenuto il 21 maggio all’apertura dei lavori dell’assemblea generale dei vescovi italiani, riprendiamo integralmente il passo dedicato all’Europa. Sull’Europa vorremmo dire una parola. Non c’è dubbio infatti che vi sia oggi una crisi dell’uomo europeo, ieri autorizzato ad immaginare un certo esito del processo comunitario e oggi costretto a fare i conti con un soggetto poco riconoscibile. Si sono moltiplicate le analisi sulla stagione dell’euro e sulle contingenze della sua nascita. Lasciamo ai competenti elaborare le risposte più plausibili. A noi preme rilevare un certo senso di delusione che oggi circonda l’Europa, ma anche l’illusione, forse, di poter annegare o confondere le debolezze nazionali in una realtà più grande. Un calcolo miope che oggi si paga a caro prezzo. Manca una visione di ciò che desideriamo dall’Europa, e c’è piuttosto la sensazione che abbia diritto di circolazione solo ciò che è negazione del passato e si presenta con una cifra apparentemente neutrale, illusoriamente progressista, ma chiaramente laicista. Se poi si considera che l’incontrollabilità della situazione economica è il frutto di scelte frettolose anche per l’unico comparto allora considerato, quello economico, bisogna davvero che si chieda scusa agli europei e si domandi loro di ricominciare da capo, includendoli però, e senza sminuire il significato di qualche loro verdetto. Cresciuti alla scuola di Giovanni Paolo II, l’Europa per noi è un bene troppo grande perché resti un’incompiuta sospesa nell’aria, o un progetto abortito per il quale il problema di ciascun membro sia trovare il modo più indolore per uscirne. Proprio le inattese difficoltà di cui stiamo facendo esperienza, ci parlano della necessità dell’Europa e dei rischi che corriamo se si tornasse indietro. D’altra parte, non ci può essere un’Europa senza passione, senza l’interiorità che sgorga dal patrimonio storico, culturale e religioso che i popoli europei hanno in comune. Un’Europa che non diventi anche avventura culturale e spirituale non riuscirà a plasmare il sentimento di appartenenza, e non sarà mai una comunità di destino. Ci vuole il coraggio di un’autocritica condotta a partire dal momento in cui si abbandonò il termine comunità per quello più banale di unione, e si censurarono le radici cristiane obiettivamente storiche del Continente, ritenendola una reticenza di stile del tutto ininfluente. È quel vuoto invece che oggi non mobilita, perché non si ha nulla per cui riconoscersi. Ha ragione chi osserva che non ci può essere comunità europea senza solidarietà e senza cooperazione, poiché la sola competizione non basta, esaspera le tensioni e logora i vincoli comunitari, lasciando i cittadini esausti e scettici. Anche la moneta unica potrebbe paradossalmente diventare un volano di vera integrazione, se la si ricomprendesse come un bene comune che non misura solo la potenza degli Stati aderenti, ma alimenta le condizioni di vita degli europei. I quali desiderano essere cittadini non solo il giorno delle elezioni, per poi tornare a fare i sudditi di una burocrazia tecnocratica, che cerca di forgiare una missione europea impopolare e scoraggiante. Per questa strada si rischia di tornare ad essere europei solo geograficamente.