FESTIVAL BIBLICO
L’apertura ieri sera con il pensiero al card. Carlo Maria Martini
"La speranza dalle Scritture: magistero di Parola e di testimonianza di Carlo Maria Martini". Questo il tema della serata inaugurale che ha ufficialmente aperto ieri, nella cattedrale di Vicenza, davanti a 2.500 persone, il Festival biblico, promosso dalla diocesi e dalla Società San Paolo e giunto alla sua VIII edizione. Filo conduttore della rassegna, il binomio paura-speranza.
Rendere conto della speranza. "L’accostamento alle Sacre Scritture ci apre l’intelligenza e il cuore all’amore di Dio e alla riscoperta di nuovi stili di vita", ha detto mons. Roberto Tommasi, presidente del Festival. "In anni convulsi il card. Martini ha saputo destare la speranza in città, nella diocesi e nel Paese. Tutto questo con la grande conoscenza della Bibbia: lui vive, e ha insegnato anche a noi a farlo, nell’incontro con le Scritture", ha proseguito mons. Tommasi descrivendo l’impegno del biblista e arcivescovo emerito di Milano. Sulla "speranza nella parola" ha parlato il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi: "Il cristiano è tenuto a ‘rendere conto della speranza’ che lo abita a chiunque glielo chiede. La nostra epoca è caratterizzata dal senso della precarietà del presente e dell’incertezza del futuro, che ci spaventa per la sua imprevedibilità e, insieme, per gli orizzonti asfittici che lo caratterizzano: il nostro è un mondo che sembra sfuggire al controllo", impedendoci di capire "dove stiamo andando. Ora ha proseguito tutto ciò provoca un’angoscia profonda, che le tante situazioni di guerra, miseria e oppressione in atto in varie parti del mondo non fanno che confermare e che la crisi economica e finanziaria che attanaglia l’Occidente trasforma per troppe persone in disperazione nel quotidiano".
L’uomo, in perenne lotta contro la paura. "Ma allora si è chiesto il priore di Bose cosa significa sperare? E di quale speranza sono portatrici le Scritture? E, ancora, può la speranza vincere la paura? Proprio a partire dalla paura ha detto possiamo abbozzare una riflessione: in profondità ciascuno di noi è preda di due ‘paure madri’, da cui discendono tutte le altre: la paura della morte e la paura di Dio. Mosso dalla paura della morte, l’essere umano cerca di preservare con qualsiasi mezzo la propria vita, di possedere per sé i beni della terra, di dominare sugli altri", credendo, con "una vita abbondante", di poter "combattere la morte con l’auto-affermazione", giungendo però così "inevitabilmente per percorrere sentieri di morte" con quell’"amore di sé" che spinge a "contraddire la comunione voluta da Dio e a vivere senza gli altri, contro gli altri". È "il coraggio di farci prossimi che dobbiamo recuperare", ha aggiunto, "oggi che comunichiamo in tempo reale con un prossimo virtuale e la diversità ci fa ancora tanta paura".
Le Scritture, parole di vita e per la vita. Enzo Bianchi ha poi sottolineato come l’annuncio del Vangelo ci indichi "con chiarezza e semplicità la via per lottare vittoriosamente contro la paura della morte e la paura suscitata da un volto perverso di Dio, un volto ‘nemico degli uomini’, perché l’uomo recalcitra nel credere alla rivelazione di un Dio che non punisce, che non vuole la morte ma la vita del peccatore perché un Dio che è amore". "Di questo annuncio di speranza osato anche ‘contro ogni speranza’ ha proseguito sono portatrici le Scritture, parole di vita e per la vita. Gesù, infatti, ha vinto la morte attraverso l’amore più forte della morte. Nel tempo che intercorre tra la sua morte e la sua resurrezione, Gesù ha ricordato è andato a proclamare la salvezza negli inferi: la salvezza di Gesù arriva fino all’inferno, là dove apparentemente non vi è più speranza: davvero la morte non è l’ultima parola, davvero di fronte a ciascuno di noi si apre la grande speranza della salvezza".
Alla ricerca di un significato diverso. "Nell’esegesi dei testi sacri c’è una risposta convincente alle nostre ansie contemporanee", ha detto Ferruccio De Bortoli, direttore del "Corriere della Sera". "Oggi usiamo la fede con disinvoltura, come un abito di stagione, ammiriamo le opere d’arte senza soffermarci sul loro significato", ha proseguito, come vittime di una "rappresentazione della Chiesa a metà tra una saga esoterica e un romanzo d’appendice. L’impressione, a volte, è che la presenza del sacro sia ridotta a un’enorme quinta teatrale, proprio oggi che ne abbiamo drammaticamente bisogno. Alla crescita economica ha sottolineato De Bortoli non è corrisposta l’affermazione della libertà e dei diritti umani: alle tantissime appartenenze dei nostri giorni, corrispondono solo poche comunità autentiche, e viene sempre più bistrattato quel principio di legalità senza il quale non vi sarebbe comunità". "Il benessere ha osservato ha ridotto la percezione del senso della vita alla materialità: la sfida contemporanea è recuperare un significato diverso per la nostra esistenza, misurata nel rapporto di apertura verso il prossimo. Che non dev’essere specchio del nostro egoismo né eco della nostra vanità, ma una pietra di certezza su cui posare il capo".