RIFORMA LAVORO
Luigino Bruni (economista): un modello per il futuro dei giovani
È in discussione in questi giorni al Senato il ddl di riforma del mercato del lavoro. Oltre 600 gli emendamenti presentati. L’esame dell’Assemblea inizia domani. Il governo ha posto quattro questioni di fiducia su altrettanti capitoli (flessibilità in entrata, in uscita, ammortizzatori sociali e formazione). Su questi temi Patrizia Caiffa, per il Sir, ha posto alcune domande a Luigino Bruni, docente di economia politica all’Università di Milano-Bicocca, incontrato a Firenze a "Terra Futura", la mostra-convegno delle buone pratiche di sostenibilità, a margine di un incontro su "lavoro e benessere".
Perché è importante parlare di benessere nel lavoro, proprio in tempo di crisi?
"Se non stiamo bene dove lavoriamo non stiamo bene mai. Non si può rimandare la felicità e il benessere al tempo libero o alla pensione. Si dà poca attenzione al lavoro, come se fosse un luogo neutrale dove si entra otto ore al giorno per avere un salario da spendere per essere felice. In realtà sappiamo dagli studi e dalla prassi che se io non riesco a mettere la parte migliore di me nel lavoro, la vita non funziona. C’è troppo malessere oggi nel mondo, perché la gente lavora male, nei luoghi sbagliati. Bisognerebbe capire qual è il modo migliore perché i lavoratori possano esprimersi, portando vantaggio a tutta l’azienda. Se siamo in crisi è perché abbiamo lavorato principalmente per massimizzare la crescita, i consumi, il reddito e non per realizzare un progetto di vita, che è lo scopo vero del lavoro. La crisi deve essere un’occasione per ripensare anche questi temi".
Eppure, vista anche la discussione sull’articolo 18, sembra che tutto converga verso un abbassamento dei diritti e delle tutele…
"Tutto ciò è abbastanza triste. Il debito pubblico dimostra che non è più sostenibile un modello dove si crea lavoro solo per creare lavoro. In questo momento tutto serviva in Italia tranne una riduzione dei diritti lavorativi. Perché le leggi hanno un valore simbolico. In un momento di fragilità e d’insicurezza delle famiglie, rendere più vulnerabile l’uscita dal mondo del lavoro è un segnale che aumenta la sfiducia. È una riforma che non serve ora. Era da fare con più calma e dialogo, ma non in momenti di crisi. Toccare l’articolo 18 è stata una scelta molto poco lungimirante perché è un messaggio simbolico che aumenta l’insicurezza delle persone. Sono però convinto che dobbiamo anche liberarci da una cultura degli ultimi decenni, frutto del capitalismo, per cui la motivazione del lavoro è l’incentivo monetario. Ci si dimentica che la vocazione più profonda dell’essere umano è lavorare bene, perché noi nel nostro lavoro mettiamo noi stessi. Se lavoriamo male diventiamo noi malati. Dobbiamo riconciliarci con il lavoro come espressione di noi stessi. Certo, in un momento di crisi, è difficile poter immaginare un lavoro come espressione di sé, è vero. Bisogna creare le condizioni culturali, soprattutto a scuola, perché i giovani si rendano conto della fatica e della bellezza del lavorare, della creatività. Il lavoro va rimesso al centro del patto sociale. Se ne parla molto ma è visto solo come un problema, un costo".
La flessibilità è un modello applicabile in Italia?
"Questo è un problema politico. Si potrebbe rendere più flessibile il lavoro in uscita ma anche in entrata. Ma io non credo sia un buon modello. Che mestiere fa un giovane, laureato in economia e commercio a 23 anni, se fa un anno di stage, poi lavora in ufficio, dopo due anni in un’assicurazione, poi in un’impresa commerciale? Cosa saprà fare questo giovane a 35 anni? Così avremo il paradosso di giovani molto più qualificati nel lavoro manuale, e laureati che non sanno far niente. Perché la flessibilità non produce competenze ma mancanza di qualificazione professionale. Un giovane ha il diritto ad avere tempo per apprendere una professione o un mestiere. La flessibilità, da questo punto di vista, è molto pericolosa. Non dimentichiamo che il modello Usa è molto in crisi. Perché un mondo che crea lavori superficiali o una élite di superpagati creativi sta perdendo competenze. Gente che cambia lavoro venti volte nella vita alla fine non sa fare nulla. Dobbiamo riappropriarci dei mestieri, delle arti, dei lavori manuali. È una grande sfida civile, politica ed economica".
Giorni fa il governo ha detto che in Italia si potrebbero creare 128 mila posti di lavoro per i giovani beneficiando dei fondi europei. Secondo lei è possibile?
"Non si possono creare dal nulla centomila posti di lavoro, come si fa? È già fumo ideologico. Ci portiamo dietro questa idea medievale che il re crea occupazione. In questo modo diventano posti di lavoro insostenibili. Il lavoro si crea dalla base, dall’entusiasmo, dalla creatività. Il governo deve creare le pre-condizioni: ad esempio, far studiare meglio i giovani, fare scuole e università migliori, più infrastrutture. Ma non può creare lavoro. Dobbiamo riscoprire il lavoro che parte dalla gente: il grande modello è quello cooperativo. Siamo poveri ma siamo tanti. Ci mettiamo insieme per risolvere i nostri problemi. Andare avanti con i fondi europei, regionali, ecc. è un giocattolo che si è rotto con questa crisi. Dobbiamo creare lavoro dal basso. Questo modello sarà anche il futuro per i giovani. Il governo deve solo rendere la vita dei giovani meno complicata".