50° CONCILIO VATICANO II
La lezione di Benedetto XVI al Teatro alla Scala
Metti una sera la Scala, un Papa e la nona di Beethoven. Un momento davvero straordinario della visita che Benedetto XVI ha compiuto a Milano per l’incontro mondiale delle famiglie. Solo un altro Papa, Giovanni Paolo II, era entrato, novembre 1984, nel tempio della musica per eccellenza. Ecco che le note diventano l’occasione per una riflessione sulla musica e sulla sua forza di avvicinare i popoli, anche in momenti difficili come quelli che il Paese sta attraversando: la crisi che tocca le famiglie, il terremoto che ha ferito il territorio dell’Emilia. Così il quarto movimento della sinfonia che accoglie l’ode di Friedrich Schiller "Inno alla gioia" modificato nel suo inizio proprio da Ludwig van Beethoven, è stato, per Benedetto XVI, il punto di partenza per dire che non è una gioia cristiana quella che Beethoven canta, ma una "visione ideale di umanità", la gioia della "fraterna convivenza dei popoli, della vittoria sull’egoismo, ed è il desiderio che il cammino dell’umanità sia segnato dall’amore, quasi un invito che rivolge a tutti al di là di ogni barriera e convinzione". Ecco perché afferma che in questo canto non proviamo gioia ma dolore "per così tanta e incomprensibile distruzione che è costata vite umane, che ha tolto casa e dimora a tanti" c’è un invito ad andare oltre: "Non abbiamo bisogno di un discorso irreale di un Dio lontano e di una fratellanza non impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle sofferenze, sostiene l’altro e così aiuta ad andare avanti". Un Dio che "soffre con noi e per noi" e così "ha reso gli uomini e le donne capaci di condividere la sofferenza dell’altro e di trasformarla in amore". Invito, dunque, ad essere vicini a quanti si trovano nelle difficoltà.
Nelle parole che il Papa pronuncia c’è, a mio avviso, una sintesi efficace di ciò che la riforma liturgica ha voluto avviare e la Costituzione "Sacrosanctum Concilium", del 4 dicembre 1963, ha esplicitato. Un cammino lungo che i padri conciliari hanno reso evidente con alcune "rivoluzioni", quasi un andare oltre. La liturgia doveva cambiare, e non solo con la disposizione dell’altare a favore dei fedeli perché potessero partecipare, dialogare con il celebrante. Prima, il rito celebrato di spalle al popolo, in lingua latina, non permetteva una continuità partecipativa: vi era sì la sacralità del rito, ma ai fedeli spettava solo di dire, di tanto in tanto, un amen. E non pochi, seminaristi compresi, accoglievano quel tempo per una recita del rosario, in attesa della comunione.
L’introduzione delle lingue cosiddette volgari, accanto al latino, sono un altro elemento che il Concilio ha voluto dare per una maggiore partecipazione ai riti da parte del popolo di Dio: "Non di rado l’uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo", si legge nella "Sacrosanctum Concilium", per questo i padri conciliari chiedevano di dare alla lingua nazionale "una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti". Di più, consapevole della diffusione del cristianesimo in terre dove vi è una diversità di tradizioni, il Concilio apriva le porte a questi popoli e alle loro culture, pur nel rispetto del "vero e autentico spirito liturgico". Così abbiamo potuto vedere, ad esempio nei viaggi compiuti da Giovanni Paolo II in terra d’Africa, Asia o Oceania, celebrazioni in cui i popoli accompagnavano con danze rituali l’ingresso del Vangelo.
Tutto questo proprio per consentire ai fedeli di non assistere "come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede", ma, "comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente".
Anche nella musica il Concilio dava delle indicazioni precise, evidenziando non solo la dignità della musica sacra, e il canto gregoriano come "canto proprio della liturgia romana", ma anche accogliendo il canto polifonico, e promuovendo il canto religioso popolare, "in modo che nei pii e sacri esercizi, come pure nelle stesse azioni liturgiche […] possano risuonare le voci dei fedeli".
Infine ecco la "rivoluzione" più grande, l’invito a dare dignità alla musica sacra dei popoli nelle terre di missione. Si legge nella costituzione conciliare: "In alcune regioni, specialmente nelle missioni, si trovano popoli con una propria tradizione musicale, la quale ha grande importanza nella loro vita religiosa e sociale. A questa musica si dia il dovuto riconoscimento e il posto conveniente tanto nell’educazione del senso religioso di quei popoli, quanto nell’adattare il culto alla loro indole". Forse l’esempio più noto e conosciuto è la "Missa Luba", una versione della messa di rito latino che utilizza canti tradizionali congolesi. Una liturgia messa in atto da un francescano belga, padre Guido Haazen, cantata e registrata la prima volta alcuni anni prima del Vaticano II, nel 1958, da un coro di ragazzi congolesi di Kamina. Torniamo infine al Concerto al Teatro della Scala e a quella nona sinfonia che fin dalle prime battute, ha ricordato il Papa, "crea un clima di attesa di qualcosa di grandioso e l’attesa non è delusa". Si tratta di quelle parole "o amici, non questi toni, intoniamone altri di più attraenti e gioiosi", parole famose che, in un certo senso, segnano per il Papa un voltare pagina. Come un "voltare pagina" è stato con il Concilio la costituzione sulla Sacra liturgia, tanto che Giovanni Paolo II, 25 anni più tardi, poteva dire: "Il rinnovamento liturgico è il frutto più visibile di tutta l’opera conciliare. Per molti il messaggio del Concilio Vaticano II è stato recepito innanzitutto mediante la riforma liturgica".
Fabio Zavattaro
(04 giugno 2012)