EDITORIALE

Un quadrilatero inquieto

Sotto i riflettori le vicende in Irlanda, Spagna, Grecia e Ucraina

Si gioca in un ideale “quadrilatero” la politica europea di queste settimane. Pur riconoscendo che la prima emergenza per l’intero continente resta quella economica, occorre considerare che “non di solo pane vive l’uomo”… Così l’Ue guarda a Dublino, Madrid, Atene e Kiev.Anzitutto l’Irlanda, dunque, dove il 31 maggio gli elettori hanno espresso il loro parere favorevole al Fiscal compact, ovvero al trattato che stabilisce regole relativamente rigide per tenere sotto controllo i bilanci pubblici, favorendo al contempo la governance e aprendo la strada – proprio grazie a finanze virtuose – a investimenti per la crescita e l’occupazione. Il “trattato sul bilancio” è un testo intergovernativo, firmato lo scorso marzo da 25 Stati Ue (tutti meno Regno Unito e Repubblica ceca), il quale attende di essere ratificato dai sottoscrittori. L’Irlanda era guardata con timore, avendo deciso, caso unico, di procedere per via referendaria. Il via libera a larga maggioranza giunto da Dublino lascia intendere che non ci dovrebbero essere ulteriori ostacoli all’entrata in vigore dell’accordo il prossimo 1° gennaio. Al di là del suo contenuto specifico, il Fiscal compact è un segnale della volontà dell’Europa comunitaria di uscire, tutta insieme e solidalmente, dalla crisi. Questo trattato però da solo non basterà e dovrà essere affiancato da altre misure allo studio, che saranno portate al Consiglio Ue del 28 e 29 giugno: dal ruolo del fondo salva-Stati ai project bond, dalla “unione bancaria” agli eurobond, dal rafforzamento della Bce fino alle manovre monetarie e fiscali per rendere l’Ue un mercato unico, competitivo, al riparo dalla speculazione e dalla concorrenza di Stati Uniti, Cina e altri giganti del mondo.Ed ecco la Spagna, secondo “spigolo” del quadrilatero sotto i riflettori. La Spagna, quinta grande economia continentale, sta attraversando una lunga fase di profonda recessione. I dati di bilancio, quelli occupazionali e quelli relativi alla produzione e ai consumi, lasciano pensare a un Paese in ginocchio. Per ripartire, Madrid ha però bisogno di un aiuto immediato per sanare un sistema bancario indebolito, così che esso possa tornare al suo compito creditizio, per aiutare le imprese a investire e, così, far ripartire l’economia. Proprio in queste ore si lavora, tra Bruxelles (Consiglio e Commissione Ue) e Francoforte (Banca centrale) a una strategia salva-banche iberiche. È possibile che, se si trovasse una sponda sicura nella Germania di Angela Merkel, tale piano giunga sul tavolo del summit di fine giugno. Nonostante il costo, converrebbe probabilmente a tutti: tendere la mano a Madrid significa salvare l’euro e l’integrazione europea nel suo complesso.Il terzo polo geografico è quindi Atene, che si trova economicamente peggio della Spagna, necessita con altrettanta urgenza di aiuti finanziari, ma che, paradossalmente, deve decidere se accettarli o meno. Alle elezioni legislative di inizio maggio nessuna forza politica uscì vincitrice: l’impossibilità a formare un governo in grado di gestire la crisi obbligò il ritorno alle urne. Ebbene, il 17 giugno i greci dovranno nuovamente esprimersi più che con un voto per l’elezione del parlamento, con una sorta di referendum pro o contro la moneta unica, ovvero un sì o un no a restare in Europa. La quale richiede grossi sacrifici economici e sociali ai greci, ma al contempo promette di salvare il Paese mediterraneo dal default, con il rischio di aprire la strada a scenari politici ed economici ben più pesanti di quelli attuali.L’ultimo vertice del quadrilatero politico europeo è rappresentato da Kiev. A partire dall’8 giugno, e fino al 1° luglio, si svolgeranno infatti i Campionati europei di football, co-organizzati da Polonia e Ucraina. Quando, cinque anni or sono, l’Ucraina fu indicata per ospitare l’evento sportivo, rappresentava ancora una strada originale, pacifica e tenace – quella della “rivoluzione arancione” – per passare dall’eredità sovietica alla “casa comune” europea. Ora lo scenario interno è mutato: se le forze che avevano inventato la rivoluzione arancione hanno in grossa parte fallito la propria missione, la nazione si trova al momento in mano a un presidente-padrone, Victor Yanukovich, che tende a smarcarsi dagli avversari politici non mediante libere elezioni ma usando vie giudiziarie e repressive (come con il processo farsa e la detenzione dell’ex premier Yulia Timoshenko), ponendosi di fatto fuori dalla democrazia europea. Alla vigilia del calcio d’inizio di Euro 2012, tra le cancellerie Ue si confrontano due posizioni: boicottare le partite in Ucraina oppure forzare la mano a Yanukovich, chiedendo giustizia per la Timoshenko e vera democrazia. Anche da Kiev potrebbe passare il treno dell’Europa di domani.