SANITÀ

La vera sfida

Una ricerca del Censis sul ruolo della sanità integrativa

Più di 9 milioni di italiani dichiarano di non aver potuto accedere ad alcune prestazioni sanitarie di cui avevano bisogno per ragioni economiche. È quanto risulta da una ricerca Rbm Salute-Censis, presentata il 5 giugno al "Welfare Day" sul ruolo della sanità integrativa. Stando ai dati della ricerca, a fronte del crollo verticale del ritmo di crescita della spesa pubblica per la sanità, la spesa privata è cresciuta del 25,5% negli ultimi 10 anni, e chi non può pagare di tasca propria rinuncia alle prestazioni. Poiché nel 2015 è previsto un "gap" di circa 17 miliardi di euro tra le esigenze di finanziamento della sanità e le risorse disponibili nelle Regioni, secondo il Censis "è prioritario trovare nuove risorse aggiuntive per impedire che meno spesa pubblica significhi più spesa privata e meno sanità per chi non può pagare". In Italia, la sanità complementare è un universo composto da centinaia di Fondi integrativi, a beneficio di oltre 11 milioni di assistiti. Maria Michela Nicolais, per il Sir, ne ha parlato con Silvio Brusaferro, ordinario di igiene e sanità pubblica presso l’Università di Udine, e tra i relatori del prossimo convegno della Cei per i direttori degli Uffici diocesani per la pastorale sanitaria, che si svolgerà a Roma, dal 18 al 20 giugno, sul tema: "Un nuovo paradigma per la sanità in Italia. La Chiesa a servizio del cambiamento".

Crolla la spesa pubblica per la sanità, aumenta la spesa privata: è un effetto, ormai permanente, della crisi?
"Quello che emerge dalla ricerca del Censis è senz’altro un segnale di allerta. Viene evidenziato, infatti, da una parte che la spesa sanitaria pubblica continua a diminuire – con tutte le conseguenze problematiche derivanti da tale progressivo decremento – e dall’altra si mette l’accento sulla percezione negativa, da parte dei cittadini, rispetto a questo processo e ai servizi erogati. È un campanello d’allarme che è giusto e importante cogliere, soprattutto sul versante del percepito, ma è anche necessario riflettere rispetto alle prossime azioni da intraprendere completando la lettura con altri parametri, come la misurazione e valutazione degli esiti".

La politica dei "tagli", pur necessaria in questo momento, può arrivare fino all’impossibilità di accedere alle cure, per una quota sempre più alta della popolazione?
"Io ritengo che ci siano alcuni elementi, come l’equità e i Lea (livelli essenziali di assistenza, ndr.), che devono essere garantiti dal servizio sanitario nazionale, e quindi attraverso le Regioni. La vera sfida, aperta, per il servizio sanitario nazionale consiste nel decidere quali servizi debbano essere garantiti al cittadino e nel garantirli in modo equo, perché l’equità è un patrimonio sociale a cui non possiamo e non dobbiamo derogare. Finora siamo stati abituati a lavorare in termini di quantità di prestazioni che vengono erogate, ma non c’è un rapporto lineare tra quantità di prestazioni e salute: non possiamo far passare il concetto, errato, che più prestazioni vogliano dire necessariamente più salute. Il sistema sanitario nazionale deve puntare alla migliore salute possibile, utilizzando le risorse in modo sostenibile e appropriato. Per questo si deve stabilire una griglia di priorità sulla base delle quali attuare tagli non orizzontali, ma mirati, volti a garantire standard di qualità con risorse equivalenti e misurando e rendendo pubblici gli esiti. Certo, le operazioni di ‘dimagrimento’ e di ‘riconfigurazione’ sono difficili, ma l’orizzonte di riferimento deve essere garantire il massimo valore (in termini di salute) per ogni euro investito".

Come realizzare questo obiettivo, vista la situazione di grave crisi in cui versano molte Regioni italiane?
"In realtà, la ricerca evidenzia che uno dei punti più critici sono le Regioni soggette a piani di rientro, mentre le altre riescono a mantenere standard qualitativi buoni. Riconvertire un sistema è però un’operazione che ha tempi lungi e oggi siamo in piena fase di transizione, per di più in un periodo di crisi economica. Il punto è capire come questa fase di transizione impatti su appropriatezza, quantità e qualità dei servizi evitando cadute o riduzione degli standard. È un percorso complesso, che richiede riconversioni ma anche partecipazione attiva delle comunità e dei cittadini, in modo che gli stessi standard per i Lea possano essere garantiti a costi equivalenti a tutti i cittadini in tutte le Regioni".

I Fondi integrativi possono essere un aiuto per invertire la tendenza?
"Possono essere utili, ma solo se intesi in senso complementare e integrativo, e non alternativo o sostitutivo rispetto al ruolo fondamentale dello Stato come erogatore dei servizi sanitari essenziali per i cittadini. Nell’ottica di un miglioramento della sostenibilità del sistema, si possono anche immaginare altre forme di compartecipazione dei cittadini: forse bisognerebbe ripensare l’esenzione per età, in una popolazione che invecchia sempre di più, o quella per reddito, in un Paese in cui le dichiarazioni non sempre fotografano la situazione reale. Se vogliamo, infine, un servizio sanitario nazionale sostenibile che garantisca sicurezza e qualità, bisogna sviluppare sempre di più reti di servizi differenziando la tipologia di assistenza: ad esempio, distinguendo tra gli ospedali per acuti, concentrati in pochi centri, e una più vasta rete di servizi (Rsa, assistenza domiciliare, ecc.) sul territorio che assicuri ai cittadini le cure primarie, consentendo a loro di stare il più possibile a casa e, nello stesso tempo, di poter contare sulla presenza del medico di medicina generale e di altre figure – infermieri, fisioterapisti, operatori sociali, volontari a domicilio – in grado d’intercettarne i bisogni concreti".