RAY BRADBURY
Il sentimento contro l’uso esclusivo dell’intelligenza
Ray Bradbury ci ha lasciati all’età di novantun anni, il che vuol dire che il grande scrittore statunitense ha avuto la possibilità di vivere di persona le sue (anti)utopie di un mondo in cui non c’è più spazio per i libri, o in cui la guerra costringe all’emigrazione su Marte. Ha fatto in tempo a varcare la soglia di quel fatidico 2000 che ha rappresentato per molti l’equivalente del Mille non più Mille di medioevale memoria. Per rassicurare i lettori sul famoso 2012 Maya basterà pensare che invece della catastrofe annunciata dai cosiddetti millenaristi, dopo il primo millennio si assistè ad una notevole rinascita culturale e tecnica.
Ma Bradbury non era uno scrittore unicamente distopico, vale a dire annunciatore di utopie negative e nefaste. Il futuro dell’autore di "Cronache marziane" era collegato alla sua intima battaglia contro un uso fanatico della razionalità e dell’intelletto. Secondo lui la divinizzazione della mente avrebbe portato alla scomparsa della fantasia e dell’amore. Ecco perché nel 1953 scrisse il suo capolavoro "Fahrenheit 451", che allude alla temperatura di combustione della carta: in una società dominata dal totem dell’intelletto puro (e dagli onnipresenti schermi), non possono esistere i libri, che anzi vengono bruciati da uno speciale corpo di vigili. Al lettore non sfuggiranno alcuni inquietanti analogie: i roghi di libri durante il nazismo, il trionfo della tv mirata alla omologazione e dell’informatica selvaggia.
Bradbury non aveva paura del futuro in sé e per sé, ma temeva la massificazione e la perdita dei valori della fantasia e del sentimento, che in un regime in cui la ratio utilitaristica diviene l’unico dio, verrebbero considerati non produttivi. Questa ripresa anti-illuministica nel Novecento non deve meravigliare: molti intellettuali si sono schierati contro l’uso distorto e totalitario della ragione di stato, ed anche Bradbury era un uomo controcorrente. Fin da piccolo, nonostante la crisi economica di Wall Street che colpì la sua famiglia e non gli permise di andare all’università, mostrò un amore sviscerato per la lettura, che lo portò a farsi il suo personale corso universitario nelle biblioteche pubbliche. Scriveva soprattutto racconti, che venivano pubblicati perché egli non denunciava la sua vera età, 12 anni, il che gli avrebbe causato il rifiuto delle riviste. Quando il grande scrittore Christopher Isherwood scoprì il suo talento, gli si spalancarono le porte del gotha della letteratura, che Bradbury non amò, perché la sua difesa ad oltranza dello spirito e del sentimento lo portava a diffidare della spocchia degli intellettuali che pensano di aver letto e capito tutto. Ecco perché difese autori che apparivano ai loro occhi come sentimentali e buonisti, come Walt Disney.
Bradbury mostrò a tutti da che parte stava il vero anticonformismo. Non si sentì mai un isolato, amava narrare e parlare con la gente, con quella sua aria di beatnik senza tempo, e soprattutto voleva mettere in guardia contro la repressione dei sentimenti e della fantasia, con il coraggio di contraddirsi (in modo parziale), come nel caso di "I sing the body electric!", romanzo in cui la tecnologia futuribile non è solo negativa, anzi consente di ridare gli affetti a chi li ha perduti: tre bambini orfani di madre riescono a rimanere con il papà nonostante gli sforzi contrari della parentela, grazie ad una "nonna" robot, capace di favorire la riscoperta della fantasia e del cuore. Sospettoso dell’uso sproporzionato della tecnica, Bradbury non amava televisione, cellulare, computer, e figuriamoci, il net. Oltre tutto ha continuato a lavorare fino alla fine con la sua vecchia macchina da scrivere. Amava la tradizione, o meglio, anche qui la visione moderata della tradizione, senza eccessi, tant’è vero che il titolo "I sing the body electric" è una citazione del poeta Walt Whitman, – che per gli americani è tradizione -, ripreso poi nel 1972 da un gruppo d’avanguardia, i Weather report, pionieri dell’incontro tra jazz, rock, pop, che rappresentano il futuro dell’arte, ma pur sempre un futuro che tenga conto del passato.
Negli anni Cinquanta Bradbury aveva intuito i rischi della colonizzazione dei cervelli da parte degli schermi, di tutti gli schermi, in grado di abbassare le soglie di coscienza grazie alla velocità del messaggio che non permette di organizzare le difese critiche. E soprattutto, fu uno scrittore-poeta, come ammise lo stesso Huxley, altro campione della science fiction, che come tutti i veri poeti ebbe il coraggio di difendere la poesia e i valori del cuore in una società che li irrideva.