SIRIA
Tra violenza, terrore e minacce c’è voglia di riconciliazione
Ancora sangue cristiano sulla Siria dove continua l’esodo dei fedeli: notizia di oggi, riportata dall’agenzia Fides, è l’uccisione di un cristiano a Qusayr, nei pressi di Homs. Dei diecimila cristiani che abitavano la cittadina, prima del conflitto, ne sono rimasti solo mille. Gli altri sono stati costretti a fuggire in seguito a un ultimatum lanciato da una fazione armata, nelle forze di opposizione, guidata dal generale Abdel Salam Harba. L’opposizione armata, come confermano numerosi osservatori in Siria e all’estero, "si sta gradualmente radicalizzando verso un’ideologia sunnita estremista di marca salafita" con bande e gruppi militari che operano in modo del tutto indipendente dal coordinamento dell’esercito siriano di liberazione. Gli abitanti cristiani di Qusayr, riferisce Fides citando fonti locali, subiscono vessazioni come il divieto di circolare per strada e l’obbligo di "cedere il passo" se incontrano un musulmano, "come ai tempi del califfato ottomano". Ultimatum rigettato dal coordinamento dello stesso esercito siriano di liberazione, di stanza a Qusayr, che in una nota si è detto "scioccato per la notizia". Sempre secondo fonti di Fides, "la situazione nella zona è esposta a totale illegalità. I cristiani si confrontano con una dura realtà: o unirsi all’opposizione o essere vittime di vessazioni, discriminazioni, violenze".
Preghiera e giustizia. Nonostante tutto la Chiesa siriana cerca di sostenere il Paese ricercando il dialogo, intessendo relazioni, promuovendo la solidarietà, pregando e digiunando come richiesto da Gregorios III Laham, patriarca greco-cattolico melchita di Damasco. In un appello lanciato pochissimi giorni fa, dopo l’escalation di violenza, in particolare la diffusa serie di omicidi e rapimenti a scopo di estorsione che ha colpito tanti cristiani, proprio a Homs, il patriarca ha chiesto di "digiunare e offrire speciali preghiere ogni giorno, a casa e in chiesa" come risposta "agli eventi dolorosi che hanno causato il pianto e la sofferenza, diffondendo immagini terrificanti e provocando odio e vendetta". Ribadendo il proprio "no" alla divisione e al conflitto, la Chiesa di Siria intende anche chiedere "giustizia e verità per il bene dell’uomo e di tutti i siriani, senza nessuna distinzione di fede, censo, etnia", come dichiarato al Sir da mons. Elias Tabe, arcivescovo siro-cattolico di Damasco, che non lesina critiche alla comunità internazionale, colpevole, a suo dire, di "ignorare la verità su quanto accade in Siria, nonostante abbia dalla sua satelliti e media. Non c’è obiettività nelle cose che si scrivono e si raccontano intorno alla Siria. Qui vengono disattesi i più elementari diritti umani. La comunità internazionale mostra interesse solo al proprio tornaconto politico inseguendo logiche colonialiste. I problemi della Siria sono dall’estero". Parlando poi dei cristiani mons. Tabe aggiunge: "S’interessano tanto dei cristiani, ma dove stavano prima? E non parlo solo dei fedeli siriani ma anche di quelli di tutta la regione. I cristiani del mondo facciano pressione sui loro governi perché si adoperino per il rispetto del diritto di tutti i siriani, siano essi cristiani, musulmani o ebrei. Non è una guerra di religione ma politica. Ricerchiamo il bene dell’uomo e preghiamo perché non manchi mai la speranza in Dio".
L’ora della riconciliazione. La voglia di dialogo e di pace espressa dai vescovi sta trovando vie nuove in una serie di iniziative fiorite in diverse zone del Paese, tra cui Homs, città tra le più martoriate dal conflitto. Qui dalla società civile è nata "Mussalaha", "riconciliazione": si tratta di un’iniziativa popolare non-violenta che dimostra come sia possibile una "terza via", alternativa non solo al conflitto armato ma anche a un possibile intervento militare dall’estero, invocato dal Consiglio nazionale siriano, che coordina l’opposizione siriana. A Homs cittadini, parlamentari, sacerdoti, membri di tutte le comunità etniche e religiose, "stanchi della guerra" hanno messo in campo tutte le loro energie, persuadendo larghe fasce di popolazione sul fatto che "in questa situazione di stallo, c’è bisogno di una scossa: è scoccata l’ora della riconciliazione". In due incontri, tenutisi nei giorni scorsi, si sono così ritrovati membri di tutte le comunità che compongono la società siriana: alawiti, sunniti, drusi, cristiani, sciiti, arabi. Ne sono derivate dichiarazioni comuni, la riconciliazione fra gruppi, famiglie e comunità alawite e sunnite protagoniste principali del conflitto in corso che si sono pubblicamente impegnate a "costruire una Siria riconciliata e pacifica", in nome del rispetto reciproco. E così, mentre si combatte e si muore, c’è chi, tra la società civile, rispolvera termini come "dialogo e riconciliazione". La "Mussalaha" va avanti e prevede altri incontri pubblici nei prossimi giorni, con la speranza di "contagiare" ben presto tutte le città siriane. Fra i promotori e i maggiori sostenitori dell’iniziativa vi sono anche i due preti greco-cattolici di Homs, padre Michelle e padre Abdallah, il sacerdote siro-cattolico padre Iyad, il maronita padre Alaa e il siro-ortodosso padre Khazal.