LEGGE 194
Il 20 giugno la Consulta prenderà in esame un ricorso del giudice di Spoleto
"Questo ricorso alla Consulta riapre inevitabilmente il dibattito" e "potrebbe attivare un’autentica novità". A dichiararlo al Sir è Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione giuristi cattolici italiani, ad una settimana dal 20 giugno, quando la Corte costituzionale esaminerà l’atto con cui il giudice tutelare di Spoleto ha sollevato la questione di legittimità dell’art. 4 della legge n. 194/1978 recante "Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza". Il caso è stato sollevato nell’ambito di un procedimento riguardante una minore rivoltasi ad un Consultorio familiare per sottoporsi a un aborto senza coinvolgere i genitori. Il giudice di Spoleto ha presentato ricorso alla Consulta citando anche la storica sentenza del 18 ottobre 2011 della Corte di giustizia Ue, secondo la quale "sin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano deve essere considerato come un embrione umano" e "deve essere riconosciuta questa qualifica di embrione umano anche all’ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura, e all’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi e a svilupparsi attraverso partenogenesi" (clicca qui). Sulla questione in generale, che investe la visione dell’uomo, Giovanna Pasqualin Traversa, per il Sir, ha fatto il punto con Francesco D’Agostino.
Quale potrebbe essere questo elemento di novità?
"Da una trentina d’anni ci siamo abituati a ritenere che la legge 194 sia ‘costituzionale’, perché a suo tempo, quando la Consulta di allora venne investita della questione, argomentò che tra la vita della madre, che è persona, e la vita del nascituro, che persona deve ancora diventare, ci dev’essere un riconosciuto primato alla prima sulla seconda. Decisione fino ad oggi indiscussa. Il fatto nuovo è che i giudici europei hanno invece stabilito che la dignità umana è già presente tutta intera fin dall’inizio di un individuo umano. Su questo argomento giuridico fondamentale si fonda la conclusione che ha escluso la brevettabilità di invenzioni derivate da embrioni umani".
Un ribaltamento della prospettiva espressa dalla nostra Corte costituzionale?
"Sì, questa prospettiva è stata inaspettatamente e obiettivamente anche se non intenzionalmente rovesciata. Ne consegue che la valutazione della dignità in chiave gradualistica (nella fattispecie di madre e nascituro, ma che potrebbe essere ulteriormente specificata) è negata dalla Corte europea. Ora la Corte costituzionale italiana si trova di fronte a una decisione difficile, e può darsi che tenti di eluderla attraverso possibili escamotage procedurali. Tuttavia, rimane il merito della questione: o si costruisce in Europa un unico paradigma biogiuridico che abbia per oggetto la dignità della vita nascente in questo senso si è mossa la Corte europea di giustizia oppure si entrerà in un caos biogiuridico in cui ogni Corte nazionale potrà assumere posizioni autonome e le pronunce delle Corti europee rimarranno a loro volta in un limbo non comunicante con le Corti nazionali. Questo però sarebbe non solo contrario agli obiettivi dell’unificazione giuridica dell’Europa, ma anche della Convenzione di Oviedo, firmata pressoché da tutti i Paesi del continente. Prima o poi, spero addirittura dal 20 giugno, la convergenza biogiuridica s’imporrà. L’unità europea sui grandi paradigmi della ricerca scientifica, della produzione farmacologica, del trattamento ospedaliero è indifferibile, e al riguardo ritengo si sia aperto un nuovo orizzonte".
Che cosa c’è dietro queste dinamiche?
"Si muovono contemporaneamente istanze molto diverse. Anzitutto quella della ricerca scientifica, potentissima nel Regno Unito e all’avanguardia negli ambiti della biotecnologica e della genetica, molto meno in Italia. Poi c’è la ricerca bioetica di carattere accademico, clinica e filosofica, che conosce tuttora profonde lacerazioni. Tuttavia mi preoccupa notevolmente, e in particolare in Italia, un terzo livello".
Di che si tratta?
"Del sentire comune della gente, una sorta di ‘assuefazione’ alla banalizzazione delle questioni della vita nascente che porta al dilagare non solo dell’aborto, ma di pratiche di procreazione assistita fortemente manipolatorie. Un fenomeno culturale di difficile gestione alla cui base c’è un serio problema d’informazione-formazione. Mentre con gli scienziati ci si può impegnare in un serio confronto affinché riconoscano l’infondatezza di certe teorie, e con i bioeticisti il passare degli anni raffina il dibattito e spesso smorza i contrasti, a livello di opinione pubblica si registra una situazione di grave difficoltà culturale che richiederebbe un radicale intervento. Ad eccezione della Chiesa cattolica, nel nostro Paese le grandi agenzie culturali simpatizzano con pratiche e proposte contrarie al rispetto per la dignità della vita umana, dipingendole in modo ottimistico e dolciastro. In particolare il costante martellamento della grande stampa nazionale non può non produrre effetti devastanti".
Quale il ruolo della Chiesa?
"Sul piano generale, nonostante le sue posizioni vengano efficacemente dipinte dai suoi avversari come negative e oscurantiste, dovrebbe proseguire con grande serenità e altrettanta competenza nel suo compito di formazione delle coscienze. In ambito più specifico, grazie all’impulso e all’instancabile impegno del card. Elio Sgreccia, fino a qualche anno fa alcuni centri di bioetica cattolica avevano una forte rilevanza nazionale che in questi ultimi tempi mi pare stia declinando. Occorrerebbe concentrare risorse ed energie per porre rimedio a questa perdita".