CHIESA E SPORT
Il card. Ravasi ha presentato oggi una novità del suo dicastero
"Pur con tutte le sue degenerazioni", e per questo oggi "sottoposto ad aspri e fondati giudizi critici", lo sport "è uno dei grandi fenomeni culturali del nostro tempo". Tuttavia "avrebbe bisogno di una ‘catarsi" per ritrovare la sua "anima profonda", ritornare a "essere un fenomeno culturale di rilievo" e uno "strumento di crescita anche interiore, soprattutto per i giovani". Lo ha detto oggi a Roma il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, aprendo l’incontro di presentazione del nuovo dipartimento "Cultura e sport" da lui istituito nel dicembre 2011 all’interno dello stesso dicastero. Il nuovo organismo opererà in collaborazione con la sezione "Chiesa e sport" (Pontificio Consiglio per i laici) e con la Fondazione "Giovanni Paolo II" per lo sport.
Paidèia e ascesi. "L’idea del nuovo dipartimento prosegue il card. Ravasi è nata dopo l’ultima Messa di Natale per gli sportivi alla quale erano quasi del tutto assenti i calciatori", e a seguito di un incontro in Segreteria di Stato "con una delegazione di ministri del governo Cameron, tra cui quello della Cultura e dello Sport". In questa ultima occasione si è fatta strada anche "l’idea che la Santa Sede s’interessasse alla questione Olimpiadi". Richiamando il concetto greco di paidèia, il porporato rammenta "lo spazio rilevante" riservato nel mondo classico "allo sport, al fine di creare un’euritmia psicofisica" e stimolare "coraggio, forza e nobiltà d’animo", nonché l’amore di san Paolo per l’attività sportiva, in particolare corsa e pugilato. Lo sport, parola del card. Ravasi, "può diventare anche un grande esercizio di ascesi, intesa nel suo autentico significato etimologico di askesis, ossia non di privazione o penitenza, bensì di esercizio, di sua natura globale". Inoltre, "se autentico, lo sport è tutt’altro che narcotico", aggiunge il porporato con riferimento a una battuta di Indro Montanelli sulla perdita della capacità d’indignarsi e la tendenza generale all’assuefazione di fronte a corruzione e scandali. Per quanto riguarda la violenza negli stadi, il card. Ravasi parla di "degenerazione che atterrisce" e fa sì che la persona "dimentichi la propria identità umana".
Analisi e azione. A delineare i "due principali compiti" del dipartimento "Chiesa e sport" è mons. Melchor Sánchez de Toca, sottosegretario del Pontificio Consiglio della cultura e incaricato del nuovo organismo. Anzitutto "lo studio e l’analisi del fenomeno in prospettiva culturale, per comprendere valori, dinamiche e attese del mondo dello sport". Tra i possibili filoni di approfondimento i rapporti dello sport con il cinema, la scienza, "in particolare alla luce delle nuove terapie rigenerative a base di cellule staminali adulte", l’economia e la mistica. Il secondo compito è invece "l’azione vera e propria". "L’idea spiega mons. Sánchez al Sir è proiettare a livello di Chiesa universale l’esperienza pilota della ‘Scuola di pensiero’ volta a formare ‘educatori sportivi’ (Cei e Pontifici Consigli laici e cultura). Sarebbe interessante avviare, sul modello dello Stoq Project (Science, Theology and the Ontological Quest, ndr), un progetto di formazione per allenatori e dirigenti sportivi cristiani coinvolgendo le Università Pontificie". Mons. Sánchez pensa anche a "un "incontro con i vertici dello sport mondiale, dal Cio alla Fifa", da organizzarsi dopo le Olimpiadi di Londra e prima di quelle di Rio (nel 2016).
Maestri di vita. Sull’importanza di "proteggere negli anni questo dono di Dio che è lo sport", e di "essere sempre presente, come Chiesa, sulle frontiere di elaborazione del nuovo pensiero sull’uomo", si sofferma p. Kevin Lixey, responsabile di "Chiesa e sport" (Pontificio Consiglio per i laici). Secondo p. Lixey, "negli oratori e nelle scuole cattoliche, l’allenatore dovrebbe essere anche un maestro di vita per i ragazzi". Per Edio Costantini, presidente della Fondazione "Giovanni Paolo II" per lo sport, "i valori interni" dell’attività sportiva, "il primato dell’uomo, il suo mettersi in gioco, la dimensione della festa, la bellezza del gesto motorio", sono stati soffocati e "narcotizzati" da "valori esterni a esso" quali la spettacolarizzazione, l’esasperato agonismo e il mercato. "C’è uno sport avverte che mortifica l’atleta e in alcuni casi lo conduce alla morte". Per questo "occorre risvegliare la coscienza sportiva, rimettere al centro l’uomo e creare una nuova classe di allenatori e dirigenti". Tuttavia "da solo lo sport non riuscirà a salvarsi: ha bisogno di un’irruzione di umanesimo: solo il cristianesimo potrà salvarlo". Andrea Zorzi, già campione mondiale di pallavolo e oggi giornalista e commentatore sportivo, impegnato nel progetto innovativo di ricerca "Tracce di sport", sottolinea la necessità di "ridefinire il concetto di sport che in Italia comprende in pratica quasi solo il calcio", e deplora "la scarsità di impianti" su tutto il territorio nazionale. Si tratta, chiosa, anche di "un alibi per non occuparsi seriamente di diffondere la pratica dello sport per tutti", cosa che "dovrebbe fare il Coni, oltre che occuparsi di agonismo". Infine la sottolineatura del valore positivo di una "sana" meritocrazia come caratteristica dell’attività sportiva, e la valenza "pedagogica" della sconfitta "per rialzarsi più forti".