AMBIENTE

L’uomo e la montagna

Greenaccord, Fisc e Ucsi: un’informazione per la tutela del creato

La montagna come paradigma della spiritualità, a partire dai libri biblici, ma pure come ecosistema da custodire, nel quale l’uomo gioca una parte essenziale. È nell’orizzonte delle Alpi attorno a Trento che si tiene in questi giorni (15-17 giugno) il 9° Forum dell’informazione cattolica per la salvaguardia del creato, organizzato da Greenaccord onlus insieme all’arcidiocesi e alla Provincia autonoma di Trento, con la collaborazione dell’Unione cattolica della stampa italiana (Ucsi) e della Federazione dei settimanali cattolici (Fisc). Filo conduttore di questa edizione del Forum, a partire dal titolo “Salì sul monte. Mons sanus pro corpore sano”, è il ruolo della montagna per lo sviluppo umano sotto la chiave spirituale, morale, sociale, economica e ambientale. “Come rete internazionale di giornalisti impegnata nella divulgazione dei temi ambientali”, ha dichiarato in apertura il presidente di Greenaccord, Alfonso Cauteruccio, lo scopo è di “sensibilizzare gli organi d’informazione, e attraverso loro l’opinione pubblica, sui temi della salvaguardia del territorio montano”.

Ritrovare il “reticolo del sacro”. “Tutta la storia della salvezza si è snodata attraverso la montagna”, ha esordito oggi il biblista Piero Rattin delineando la presenza dei monti nell’esperienza biblica: da Abramo che “sul monte deve sacrificare il figlio Isacco” e durante la salita vive il suo “travaglio interiore”, alla consegna dei comandamenti a Mosè sul Monte Sinai; dal Monte Tabor, sul quale avvenne la trasfigurazione di Gesù, per il quale “il monte è l’ambito ideale dei suoi incontri notturni con il Padre”, al Golgota, teatro della sua Passione, fino al celebre “discorso della montagna”, sebbene pronunciato su una collina. La spiritualità delle genti di montagna nei secoli ha trovato un luogo di riferimento nelle chiese, ma questo “reticolo del sacro” in territorio dolomitico “è stato rovinato in tanti casi” da un’edificazione che non ha tenuto conto “della centralità delle chiese”, ha osservato il paesaggista Enrico Ferrari. “La chiesa – ha precisato Ferrari – ha perso il ruolo di predominanza e di sacralità. È diventato uno qualunque degli elementi del paesaggio, compromettendo la sacralità del territorio”. “L’uomo deve ritrovare la consapevolezza che prima aveva della sua opera di trasformazione del paesaggio”, gli ha fatto eco Ugo Morelli, presidente del Comitato scientifico di Step (Scuola per il governo del territorio e del paesaggio istituita dalla Provincia autonoma di Trento), ricordando che “al centro di tutto va messa la vivibilità”.

Sostenibilità economica e ambientale. Gli ecosistemi della montagna, infatti, “sono legati alla presenza dell’uomo, che nel mondo tradizionale ha trovato equilibri fondamentali con la natura”, ha rimarcato Paolo Castelnovi, docente al Politecnico di Torino, parlando della “cura della montagna” come di “un tesoro che si accumula generazione dopo generazione”. Per questo l’abbandono dei territori di montagna è “un disastro” anche per l’ambiente ed è “fondamentale ristabilire condizioni economiche” che rendano sostenibile vivere in questi luoghi. All’agricoltura ora è subentrato il turismo come fonte primaria di sostentamento, ma dev’essere un “turismo buono e consapevole”, ha precisato Castelnovi, in grado di “garantire una sostenibilità economica e al tempo stesso una ambientale”. “No a vie ipernaturalistiche, né a un uso speculativo e strumentale del territorio” è pure il richiamo di Annibale Salsa, presidente del Comitato scientifico dell’Accademia della montagna, che ha invitato a uscire “da una rappresentazione retorica”. La montagna “non è solo poesia ma fatica, disagio; non è solo lo spazio della vetta, ma il territorio medi”, nei quali si gioca “la sfida della vivibilità”. E se è “marginalizzata” da una politica occupazionale e da certa cultura, “non è affatto marginale sul piano geografico e fisico”.

Convenzione delle Alpi e catasto dei ghiacciai. Per questo c’è bisogno di un’attenzione, talora anche sovranazionale, come nel caso della “Convenzione delle Alpi”, di cui ha parlato la segretaria permanente, Marcella Morandini. “È una cassetta degli attrezzi – ha evidenziato – per lo sviluppo del territorio alpino, patrimonio collettivo che va al di là dei confini nazionali”. Tra i criteri che devono muovere l’impegno per la tutela dell’arco alpino, ha precisato, vi è la “cooperazione transnazionale”, un “senso di responsabilità condiviso degli Stati coinvolti”, il “riconoscimento del senso del limite, salvaguardando gli ecosistemi”. L’attenzione passa pure da “una fotografia aggiornata e aggiornabile dei ghiacciai”, ha annotato Carlo Baroni dell’Università di Pisa, dal momento che “i ghiacciai sono indicatori climatici di notevole importanza e si stanno riducendo”. “Il ghiacciaio della Lobbia – ha portato ad esempio – si è ridotto del 42% in estensione e del 65% in volume. Quello della Presanella sull’Adamello ha perso i 2/3 della sua grandezza”. La richiesta è dunque di un “catasto aggiornato, in grado di verificare l’evoluzione anno dopo anno”. Perché non è vero che la natura è autosufficiente, le montagne hanno bisogno anche dell’uomo.

a cura dell’inviato Sir a Trento