PRIMAVERA ARABA
Fondazione Oasis si confronta a Tunisi su religione e società in transizione
In Tunisia e in Egitto "ci troviamo di fronte ad un punto di svolta: nei prossimi mesi, forse già nelle prossime settimane, si deciderà molto del futuro delle rivoluzioni arabe". "Il ruolo della religione in una società in transizione" è centrale, quindi islam e cristianesimo hanno bisogno di "una illuminazione reciproca". Lo ha detto oggi il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano e presidente della Fondazione internazionale Oasis, in un video-messaggio registrato in apertura del convegno di Oasis in corso oggi e domani a Tunisi, sul tema "La religione in una società in transizione. La Tunisia interpella l’Occidente". Numerosi gli esperti di entrambe le religioni a confronto, per entrare più in profondità nella realtà tunisina, proprio nei giorni in cui alcune violenze di estremisti hanno spinto il governo ad imporre il coprifuoco notturno.
Un incontro "imprescindibile". "Oggi a Tunisi si verifica un ulteriore allargamento ha osservato il card. Scola . Qui l’incontro con l’islam appare imprescindibile: la tentazione del recinto e dello ‘splendido isolamento’ non ha luogo, per il semplice fatto che non esiste nessun’isola sulla quale ritirarsi, nessun recinto nel quale rifugiarsi". "Le rivoluzioni arabe, nella loro grande diversità ha sottolineato l’arcivescovo di Milano hanno lanciato con forza la questione della libertà" e l’unico dato certo è che in ogni Paese "non si vuole il ritorno della cultura dell’autoritarismo, che si è espressa per lunghi decenni". La presenza musulmana ha proseguito – interpella l’Occidente a "sottoporre a revisione il modello che ha elaborato, senza per questo rinnegare le indubbie acquisizioni in termini di convivenza civile". Dall’altra parte l’Islam, "a detta di molti suoi pensatori, è chiamato a pensare in modo nuovo il tema della libertà". In sintesi, "nell’esperienza travagliata del rapporto che il Cristianesimo ha instaurato con la modernità politica, tra rifiuto, illusione passatista e assunzione critica delle istanze positive ha concluso -, si possano rinvenire elementi utili anche per i popoli musulmani e per la domanda di libertà che le loro rivoluzioni hanno così potentemente messo in campo". Questo è il senso di "un’illuminazione reciproca", ovvero "di un’oggettiva rilevanza culturale che il Cristianesimo oggi assume per l’Islam, e viceversa".
I timori degli arabi cristiani. "Un arabo cristiano che nasce in un Paese musulmano cresce con una mentalità di minoranza" che ha aspetti positivi e negativi, ma anche il rischio "inconscio di rinchiudersi in uno status quo per il timore di cambiamenti, con una certa complicità con il potere politico per paura del futuro": è l’analisi di mons. Maroun Lahham, vicario patriarcale dei latini in Giordania dal febbraio 2012, per sette anni arcivescovo di Tunisi. "Non è un giudizio ma una constatazione ha puntualizzato -. Le reazioni e le posizioni della maggioranza delle Chiese medio-orientali negli ultimi avvenimenti che agitano il mondo arabo riflettono questa realtà. Si preferisce ciò che già esiste e protegge a ciò che potrebbe arrivare e potrebbe non assicurare la stessa protezione, soprattutto se, come minoranza, si è ‘protetti’ da un’altra minoranza. È il caso della Siria". Tra le preoccupazioni degli arabi cristiani, "l’islamismo crescente in diversi Paesi": "Anche nei Paesi arabi che non sono avvezzi all’islamismo, la compenetrazione tra religione e politica nell’islam fa nascere un nuovo vocabolario, che rafforza l’apprensione degli arabi cristiani. Le tendenze ‘islamizzanti’ che si vedono sempre di più nei Paesi della famosa primavera araba (Tunisia, Libia, Egitto, Marocco), accentuano questa apprensione". Sulla "primavera araba" in Giordania – suo Paese d’origine -, mons. Lahham ha raccontato che "ogni venerdì ci sono manifestazioni ma senza violenza. La polizia distribuisce bottiglie d’acqua ai manifestanti. C’è un malessere diffuso nel Paese, dovuto ad una corruzione generalizzata, che unisce cristiani e musulmani. Il re cambia spesso governi e prova a fare riforme ma finora non c’è stato niente di concreto. La Giordania guarda con apprensione a ciò che sta accadendo in Siria, anche perché, insieme al Libano, sicuramente ne soffrirà".
Il laboratorio "Tunisia". "Al momento sembra che la Tunisia si stia dirigendo verso un modello di costituzione che non fa riferimento alla sharia ma all’islam, a differenza della maggior parte dei Paesi arabi in cui la costituzione menziona la sharia come fonte unica o parziale della legislazione". È il parere di Malika Zeghal, politologa tunisina docente all’università di Harvard. "Si può dunque immaginare una continuità della costituzione con il passato su questo punto ha precisato -, anche se i tunisini hanno votato, come la maggioranza dei vicini della regione, contro le antiche élite politiche dei loro Paesi autoritari e a favore dei partiti islamisti". A suo avviso "è fortemente possibile che la rivoluzione tunisina dia luogo ad un compromesso atipico nella regione, per ciò che riguarda i rapporti tra Stato, religione e legislazione. Ma bisogna anche sperare che i fondamenti del futuro regime tunisino siano veramente democratici, capaci di una vera rottura con il passato". Per Abdelmajid Charfi, già decano alla facoltà di lettere di Tunisi, la conciliazione tra islam e pluralismo "è una questione di volontà e di competenza degli attori coinvolti in questo processo". "Noi crediamo, molto modestamente ha concluso che la Tunisia è pronta per impegnarsi in questa imprese con serie possibilità di successo, nonostante tutte le difficoltà del momento".