CRISTIANI PERSEGUITATI
Nigeria: una sofferenza che richiama il significato più profondo dell’essere Chiesa
Quando si parla di Chiesa, in genere ci si riferisce a tantissime cose; ognuno nella sua mente spazia dalla liturgia alla carità, dall’organizzazione gerarchica dei compiti alla testimonianza della missione.
Questo per indicare il senso comune dei più, della gente in generale. Oggi come ieri, però, occorre aggiungere a questi aspetti anche quello drammatico e attuale del sangue dei martiri.
Le notizie che vengono in questi ultimi tempi dalla Nigeria dove le assemblee ecclesiali, durante i riti domenicali vengono aggredite e lì viene sparso il sangue d’innocenti fedeli presenti in comunità a pregare, denota che il martirio è ancora più che mai presente nell’esperienza dei cristiani.
Da tempo, poi, si celebra annualmente una giornata di ricordo e di preghiera dei martiri missionari nel mondo.
A proposito di questi terribili fatti della Nigeria, si fanno tante considerazioni sulla stampa: si parla del fondamentalismo islamico terroristico di Boko Haram, per cui il motivo di fondo di questa lettura viene a essere quello di una guerra interreligiosa partita ancora negli anni Cinquanta come scontro tra tribù e, poi, divenuta scontro tra religioni alla fine degli anni Novanta con l’introduzione della Sha’ria (la legge islamica come legge costitutiva dello Stato in modo da sommare l’elemento religioso con quello civile) in nove Stati a maggioranza islamica.
C’è anche chi parla di massacri che sarebbero motivati dalla ricchezza del petrolio e da oscure manovre per il possesso e per lo sfruttamento dell’oro nero. Altri ancora fanno derivare tutti questi episodi dall’estrema povertà delle popolazioni sia islamiche sia cristiane.
A noi sembra da lontano e con una prospettiva che si riferisce semplicemente al sentirsi Chiesa che il problema che ci ferisce tutti sia primariamente quello di una grande sofferenza che, grazie alle informazioni dei media, è davanti agli occhi di tutti insieme a quella delle vendette e delle esecuzioni sommarie.
Dal nostro pacifico mondo, impegnato a risolvere i problemi dell’economia degli Stati europei, probabilmente giungono flebili echi di queste uccisioni che sono o sembrano essere lontane dalla nostra vita e dalla nostra cultura.
Due considerazioni s’impongono: prima di tutto il mondo è cambiato. E molto. Paesi che un tempo erano così lontani da riuscire estranei in tutto, oggi sono più vicini che mai e in contatto con noi per moltissimi aspetti. Basta guardare la Cina con la sua imprenditorialità che esonda in tutti i campi, basti pensare alla multiculturalità che ci troviamo nella lingua e nelle acconciature tutti i giorni accanto a noi. Questi mondi divisi e lontani ora sono un’unica realtà che i mezzi di comunicazione e lo spostamento frequente di masse di persone ha reso possibile e incrementa sempre di più.
Chi è davvero lontano oggi? Chi può essere definito davvero estraneo alla nostra vita?
La seconda considerazione che ci sembra si debba porre è il riscontro più adatto che noi come cristiani possiamo dare ai fenomeni delle moderne persecuzioni. Il cristianesimo ha in sé un messaggio di grande e profonda carità e comprensione della sacralità della persona umana, ma non è una filantropia da letterati o da filosofi; è uno stile di vita che si deve tradurre in segni di amore convinto, radicato e condiviso.
Allora, innanzitutto, occorre chiederci se questi fratelli cristiani della Nigeria avvertono il calore della nostra solidarietà e presenza, così come accadde nelle prime comunità cristiane quando imperversarono le prime persecuzioni.
Di qui poi una riflessione e una ricerca di contatto; di qui un esame delle vie e delle forme che possono essere il canale adatto a testimoniare in modo concreto il nostro essere come cristiani una sola comunità, una sola famiglia.
(*) direttore "La Settimana" (Adria-Rovigo)