PER USCIRE DALLA CRISI

Il profitto utile

Università cattolica e Mcl: tavola rotonda su ”profit e no-profit”

Riscoprire il valore del profitto e delle sue molteplici finalità per gettare le basi di un nuovo modello di sviluppo che ci traghetti fuori dalla crisi. Di questo si è discusso dal 20 al 23 giugno all’Università Cattolica di Milano, durante la Summer School organizzata dal Centro di Ateneo per la Dottrina Sociale della Chiesa, in collaborazione con il Movimento Cristiano Lavoratori (Mcl). Un appuntamento dal titolo "Le molte finalità del profitto, per una umanizzazione del mercato e della società", a cui hanno partecipato circa trenta giovani responsabili del Mcl.

Se il profitto serve se stesso. "All’origine della crisi attuale troviamo la perdita di senso del profitto che, con l’emergere del ruolo della finanzia, è stato svuotato del valore degli investimenti e del lavoro stesso", ha spiegato Natale Forlani, portavoce del Forum delle organizzazioni cattoliche del lavoro, intervenendo quest’oggi alla tavola rotonda conclusiva. Un tema, quello del profitto e del suo ruolo, ritenuto "cruciale" anche dal ministro per i Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi, che ha messo in guardia dai rischi di un profitto "mal usato". "Ad essere entrato in crisi – ha proseguito Ornaghi – è il rapporto tra capitalismo e società. Un circolo vizioso che si riflette nella perdita di fiducia tra società e politica con la sempre maggior difficoltà di prendere misure ritenute credibili dai cittadini". Quello tracciato è il quadro di una società in cui la crisi del capitalismo, divenuto incapace di generare benessere sociale, ha portato con sé l’indebolimento del welfare minando il patto sociale alla base della società.

Al servizio della società. Una situazione che si è aggravata con la crescita della globalizzazione. "All’interno degli Stati nazionali – spiega Forlani – era compito dei governi cercare di far fronte alle distorsioni del capitalismo attraverso strumenti correttivi come i contratti di categoria, gli ammortizzatori sociali e, più in generale, le politiche di welfare. Una situazione che è entrata in crisi con l’avvento della globalizzazione che ha privato lo Stato degli strumenti per intervenire". Ed è proprio dove pubblico e privato non arrivano che il direttore del Centro di Ateneo per la Dottrina Sociale della Chiesa, Evandro Botto, invita a valorizzare il ruolo del "Terzo Settore", già richiamato da Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate. "Occorre prendere definitivamente atto – ha detto Botto – che esiste un’ampia area intermedia tra profit e non profit che coinvolge il privato e il pubblico, senza escludere il profitto, ma considerandolo piuttosto come strumento per il conseguimento di finalità di umanizzazione del mercato e della società".

Una risorsa per il Paese. Si tratta di quello che il presidente del Mcl, Carlo Costalli, ha definito il "terzo pilastro della società". "Accanto a pubblico e privato – ha spiegato Costalli – dobbiamo riconoscere il valore delle realtà civili come le cooperative sociali, le imprese sociali e le banche cooperative dove il profitto viene riutilizzato per produrre valore sociale". Un settore che, secondo quanto emerso da un’indagine condotta nel 2012 da Unioncamere, nonostante le difficoltà del momento, gode di buona salute. A fronte di una perdita di circa 130 mila posti di lavoro in Italia, dal 2008 ad oggi, l’80% delle realtà del Terzo Settore italiane ha mantenuto stabile il numero degli addetti, mentre il 7,5% ha assunto. "Queste realtà – ha spiegato Costalli – non sono più solo mere ridistributrici di ricchezze, ma soggetti capaci di generare risorse proprie da riversare in diversi settori della società come la riqualificazione professionale dei disoccupati o i servizi di assistenza alla persona". Un impegno che, secondo il presidente del MCL, "avrebbe bisogno di una riforma del codice civile e di una maggior facilità di accesso ai finanziamenti". Una visione condivisa dal ministro Ornaghi che ha auspicato "una defiscalizzazione efficace ed intelligente anche per i finanziamenti". Riforme complessivamente non semplici che, per Ornaghi, necessitano "l’abbandono di vecchi schemi e l’adozione di un nuovo modello di sviluppo".

I Vescovi per un’economica sociale di mercato. Perché questo avvenga è però necessario un cammino complesso che porti a quel modello di economia sociale di mercato più volte richiamato dai vescovi europei e che viene citata anche nel Trattato di Lisbona del 2010. "Come Vescovi europei – ha ricorato mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza Bobbio e vice-presidente della Comece – abbiamo richiamato in un recente documento la necessità di recuperare lo spirito del Trattato di Lisbona che colloca il profitto in un ruolo ben contestualizzato. Ovvero lo pone al servizio delle persone, ma non del singolo individuo isolato bensì della società". È in questa prospettiva che l’Unione Europea e le sue economie dovrebbero leggere l’urgenza di ritrovare "competitività sul contesto internazionale, ma senza venir meno ai propri valori sociali". "Senza profitto – ha concluso mons. Ambrosio – le aziende non possono andare avanti e neppure favorire forme di solidarietà. Ma questo sforzo di perseguimento del profitto non deve eclissare le dimensioni sociali, ambientali e di qualità della vita, finendo per gravare sulle generazioni future".