50° CONCILIO VATICANO II

Con pazienza e lungimiranza

I cristiani in politica, economia, cultura e scienza

Foto SIR

C’è una lettura della realtà che i padri conciliari hanno subito colto, nel processo di redazione dei documenti conciliari, e cioè che la differenza tra la Chiesa e il mondo è soprattutto una diversità di carattere culturale. La Chiesa e i pastori presenti al Concilio Vaticano II hanno percepito la vera distanza dal mondo, come se questo fosse loro sfuggito e per recuperare un rapporto, per farsi intendere non sarebbe più bastato parlare ma occorreva istituire un vero e proprio dialogo, cioè la capacità di uscire dalla propria realtà e calarsi in un universo diverso, con linguaggi per alcuni versi non riconoscibili o addirittura sconosciuti.
Non era più il tempo di Leone XIII che con la sua "Rerum novarum" aveva affrontato la questione dei cambiamenti in atto, soprattutto sul versante del mondo del lavoro. I cambiamenti vi erano stati e avevano inciso profondamente nella vita delle società, delle famiglie. Il Concilio doveva prenderne atto, e lo fece riflettendo su un compito antico e sempre nuovo, l’evangelizzazione. Già Pio XI nel 1936 diceva: "Non si deve mai perdere di vista che l’obiettivo della Chiesa è di evangelizzare e non di civilizzare. Se civilizza è mediante l’evangelizzazione".
Così la "Gaudium et spes" diventa il terreno su cui lavorare per ristabilire le linee guida di questo dialogo tra Chiesa e mondo. Complesso, difficile, segnato da forti tensioni; dialogo che, nel post-Concilio, vive di nuove tensioni, come l’acuirsi della guerra fredda – avevamo già conosciuto la tensione del confronto Usa-Urss a proposito dei missili a Cuba con papa Roncalli che scrive la "Pacem in terris" proprio per far riflettere il mondo sui rischi della mancanza di pace in un tempo in cui gli arsenali nucleari avevano un potenziale distruttivo estremamente alto. Negli anni subito dopo il Vaticano II esplode la contestazione studentesca, il Sessantotto, diretta proprio contro una società che non veniva più percepita come vicina alla società. Si contestava il principio di autorità e la Chiesa non poteva restar fuori da questa contestazione. Basterebbe ricordare solo come fu accolta l’enciclica di Paolo VI "Humanae vitae", resa nota solo tre anni dopo la conclusione del Concilio, nel 1968.

Non meno difficile il rapporto con il mondo culturale, con gli artisti – celebre la frase di papa Montini nella Cappella Sistina il 7 maggio 1964, il Concilio si sarebbe concluso solo l’anno successivo, rivolta proprio agli artisti: "Allora rifacciamo la pace? Quest’oggi? Qui? Vogliamo ritornare amici?" – con il mondo del lavoro, e con la più ampia questione della giustizia nel mondo. Tema, quest’ultimo, che papa Montini affronta nella sua enciclica profetica "Populorum progressio", 1967, cioè due anni dopo la chiusura del Vaticano II. La questione del divario Nord e Sud "disuguaglianze clamorose" le chiamerà Paolo VI: "I conflitti sociali si sono dilatati fino a raggiungere le dimensioni del mondo. La viva inquietudine, che si è impadronita delle classi povere nei Paesi in fase di industrializzazione, raggiunge ora quelli che hanno un’economia quasi esclusivamente agricola: i contadini prendono coscienza, anch’essi, della loro miseria immeritata. A ciò s’aggiunga lo scandalo di disuguaglianze clamorose, non solo nel godimento dei beni, ma più ancora nell’esercizio del potere. Mentre una oligarchia gode, in certe regioni, di una civiltà raffinata, il resto della popolazione, povera e dispersa, è privata pressoché di ogni possibilità d’iniziativa personale e di responsabilità, e spesso anche costretta a condizioni di vita e di lavoro indegne della persona umana". Lo sviluppo è il nuovo nome della pace, dirà papa Montini.

Papa Benedetto riafferma che la società, l’economia, il lavoro "non rappresentano ambiti unicamente secolari, tanto meno estranei al messaggio cristiano, ma spazi da fecondare con la ricchezza spirituale del Vangelo". La Chiesa, afferma il Papa parlando, il 22 giugno, alla Coldiretti, "non è mai indifferente alla qualità della vita delle persone, alle loro condizioni lavorative, e avverte la necessità di prendersi cura dell’uomo e dei contesti in cui egli vive e produce, affinché siano sempre più luoghi autenticamente umani e umanizzanti".
Così ricordando il ruolo svolto dalla Confederazione e dal suo fondatore Paolo Bonomi, Benedetto XVI ricorda che oggi, pur rimanendo fedeli ai valori acquisiti, occorre sapersi porre in "coraggioso dialogo con le mutate condizioni della società". E chiede che ciascuno "s’impegni, nel ruolo che ricopre, a sostenere gli interessi legittimi delle categorie che rappresenta, operando sempre con pazienza e lungimiranza, allo scopo di valorizzare gli aspetti più nobili e qualificanti della persona umana: il senso del dovere, la capacità di condivisione e di sacrificio, la solidarietà, l’osservanza delle giuste esigenze del riposo e della rigenerazione corporale e più ancora spirituale".
Proprio il Concilio, nella "Gaudium et spes", affermava infatti che "lo sviluppo economico deve rimanere sotto il controllo dell’uomo"; ancora, che "il lavoro umano, che viene svolto per produrre e scambiare beni e per mettere a disposizione servizi economici, è di valore superiore agli altri elementi della vita economica". E i cristiani che hanno parte attiva nello sviluppo economico, devono mettere in primo piano giustizia e carità ed essere convinti di "poter contribuire alla prosperità del genere umano e alla pace nel mondo".

Fabio Zavattaro

(25 giugno 2012)