50° CONCILIO VATICANO II

Una nuova fraternità

L’esperienza di Pietro e Paolo e il dialogo Chiesa-Mondo

Foto SIR

C’è un passaggio del discorso con il quale Giovanni XXIII apre i lavori del Concilio, in verità un concetto notissimo e molto citato, con il quale voglio iniziare questo pensiero sul Vaticano II, ed è la spiegazione che papa Roncalli offre di quell’"improvviso fiorire" dell’idea dell’assise conciliare. "Ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se nulla abbiamo imparato dalla storia, che pur è maestra di vita". È il passaggio che si conclude con quel prendere le distanze dai "profeti di sventura" come li chiama papa Roncalli.
È una frase importante del discorso di apertura del Concilio, perché descrive l’obiettivo che si era prefissato nel proporre alla Chiesa un simile evento: è cioè un invito alla Chiesa tutta a non fermarsi di fronte alle difficoltà, a non restare immobile, ma a saper camminare in quel rinnovamento che solo può aiutare a vincere il pessimismo dei profeti di sventura. E non si tratta, per Giovanni XXIII, di mettere in discussione le verità di fede, contenute nella dottrina, ma di trovare, dirà sempre nel suo discorso il Papa, forme con le quali enunciare queste verità, "si dovrà ricorrere a un modo di ripresentare le cose che più corrisponda al magistero, il cui carattere è prevalentemente pastorale". Qui s’inserisce la disputa, in verità molto per addetti ai lavori, tra Concilio dottrinale e pastorale. Nell’intenzione di papa Giovanni, come abbiamo visto, l’idea di fondo è di adeguare il linguaggio della vita e della dottrina della Chiesa alle mutate condizioni sociali e culturali. Così Paolo VI, il cui obiettivo era proprio quello di risvegliare la vita della Chiesa, dei fedeli, in ascolto dello Spirito e in attento discernimento dei segni dei tempi. Dare corpo, cioè a un nuovo stile di sentirsi fratelli nella fede.

Benedetto XVI, nell’omelia pronunciata in basilica vaticana in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo e della consegna del pallio ai nuovi arcivescovi metropoliti, la stola di lana bianca simbolo di particolare comunione con il Papa e la Chiesa, ha affrontato questo tema partendo proprio dai due apostoli che la tradizione cristiana da sempre considera inseparabili. Con un’immagine tipica del suo modo di offrire una riflessione alla Chiesa, papa Ratzinger parla di "parallelismo oppositivo", per dire il significato particolare del legame tra Pietro e Paolo: per la comunità cristiana erano una sorta di contraltare dei mitici Romolo e Remo, ma anche della prima coppia biblica di fratelli Caino e Abele, nel cui rapporto viene evidenziato l’effetto del peccato.
Papa Benedetto afferma che Pietro e Paolo, "benché assai differenti umanamente l’uno dall’altro e malgrado nel loro rapporto non siano mancati conflitti, hanno realizzato un modo nuovo di essere fratelli, vissuto secondo il Vangelo, un modo autentico reso possibile proprio dalla grazia del Vangelo di Cristo operante in loro. Solo la sequela di Gesù conduce alla nuova fraternità".
È il messaggio che il Concilio, nei suoi documenti e nelle sue riflessioni, ha voluto proporre a tutta la comunità dei credenti. È, ancora, il messaggio che ci mostra due uomini che hanno saputo camminare in piena comunione. Se Pietro è la "roccia" sulla quale costruire la Chiesa – roccia che non nasconde le debolezze umane, tanto che sarà pronto a rinnegare Cristo nel giorno della sua apparente sconfitta – il "fondamento visibile su cui è costruito l’intero edificio spirituale della Chiesa", Paolo è il simbolo della nuova evangelizzazione, è colui che percorre le strade del mondo per portare la verità.
Pietro, nell’immagine tramandata dalla tradizione, ha in mano le chiavi, cioè il potere di aprire e chiudere le porte del Regno dei cieli e di giudicare chi può entrare e chi deve restarne fuori. Paolo e ritratto con la spada, non per ferire, per uccidere – lui sarà ucciso con la spada – la sua battaglia non è quella del condottiero che guida gli armati ma colui che annuncia alle genti la parola, "fedele a Cristo e alla sua Chiesa, cui ha dato tutto se stesso. E proprio per questo – ricorda Benedetto XVI – il Signore gli ha donato la corona di gloria e lo ha posto, insieme con Pietro, quale colonna nell’edificio spirituale della Chiesa".

Il messaggio che papa Benedetto lascia agli arcivescovi metropoliti ai quali ha consegnato il pallio è quello di essere "costituiti nel e per il grande mistero di comunione che è la Chiesa, edificio spirituale costruito su Cristo pietra angolare e, nella sua dimensione terrena e storica, sulla roccia di Pietro".
Per tornare al Concilio, Paolo VI ricorda, nel discorso di chiusura, che il Vaticano II ha dedicato principalmente la sua "studiosa attenzione" all’uomo, un "semplice, nuovo e solenne insegnamento ad amare l’uomo per amare Iddio". Concilio, dunque, che è "potente e amichevole invito all’umanità" di oggi chiamata a ritrovare nel fraterno amore "quel Dio dal quale allontanarsi è cadere, al quale rivolgersi è risorgere, nel quale rimanere è stare saldi, al quale ritornare è rinascere, nel quale abitare è vivere".

Fabio Zavattaro

(02 luglio 2012)