TERREMOTO IN EMILIA
Oltre ai nove ”storici” molti sono i teatri parrocchiali inagibili
Ricostruire la vita sociale, quei luoghi al servizio della collettività che danno senso a una comunità. Tra le priorità del post-terremoto non ci sono solo le abitazioni da ricostruire e le aziende da far ripartire. Ci sono chiese, scuole, ma pure oratori e teatri piccoli e grandi da ripristinare, o forse da abbattere, ma solo per farne sorgere di nuovi. "Laddove i teatri sono inagibili vengono meno i luoghi della cultura", ha ricordato questa mattina a Bologna Daniele Gualdi, presidente dell’Ert Fondazione (Emilia Romagna teatro), presentando l’iniziativa "Scena solidale", cartellone estivo tra una tendostruttura collocata a Finale Emilia e un’arena estiva a Mirandola (www.emiliaromagnateatro.it).
Teatri storici ma non solo. Nove sono i teatri storici inagibili nell’area del sisma: da Finale Emilia a Mirandola, poi Carpi, Novi di Modena, Pieve di Cento, San Felice sul Panaro, Cento, Concordia e Medolla. I danni si aggirano sui 2-2,5 milioni di euro. Poi c’è il teatro comunale di Ferrara, per il quale sono stati stimati 200 mila euro di danni che, con tutta probabilità, dovranno essere sborsati da privati, dal momento che il Comune, non rientrando ufficialmente nell’area colpita, è soggetto al patto di stabilità. Ma la conta non può finire qui, dal momento che ci sono tante altre strutture in piccoli paesi e frazioni, in diversi casi legate alle parrocchie, che offrivano cartelloni di tutto rispetto, mentre ora condividono la desolazione delle varie "zone rosse" sparse nella pianura padana: il cinema teatro Lux di Rovereto sulla Secchia, l’Astoria di Cavezzo, il Lux di Quistello, solo per citarne alcuni.
Una "casa" importante. "Penso che una città senza un teatro sia una città senza una casa importante", ha scritto in una lettera aperta Paolo Di Nita, attore e direttore artistico del "Lux" di Rovereto, lanciando una raccolta fondi (per informazioni: www.quellidel29.it) e più in generale un appello a non essere dimenticati. "Perche la gente rimanga ha certamente bisogno di case e lavoro, ma anche della chiesa, del campo sportivo, delle scuole e, perché no, del teatro", afferma. Il "Lux" è di proprietà della curia, ma "Quelli del 29" è l’associazione culturale che lo gestisce da oltre 15 anni. "Quel teatro era, in un certo modo, il ‘mio’ teatro, non nel senso della proprietà, ma del dovere di custodirlo, come la chiesa è ‘del’ parroco perché ne è responsabile", spiega Di Nita al Sir, ricordando don Ivan Martini e come, quel 29 maggio, i Vigili del fuoco dopo essere entrati in chiesa con il parroco sarebbero dovuti venire a dare l’agibilità al teatro. "A don Ivan avevo proposto di venire a celebrare la messa nel teatro", racconta Di Nita. Poi la scossa, la chiesa crollata sul parroco e le macerie in tutto il paese. Secondo una prima perizia il teatro, ormai, è da demolire, trascinandosi via pure alcune abitazioni e i negozi del parrucchiere, del dentista, del veterinario… Ma Di Nita e la gente che è attorno a lui non perdono la speranza, pronti a "metterci la faccia" e a impegnarsi per ritornare a far calcare quel palco.
Un cartellone pieno. È una beffarda coincidenza quel 29, giorno della distruzione ma che, nel nome del’associazione, voleva essere di buon auspicio, facendo riferimento alla smorfia napoletana e alla ripresa dopo il "giovedì nero" di Wall Street. Per 15 anni ha accompagnato un cartellone pieno dieci mesi all’anno, "dalle rassegne per bambini e ragazzi alle recite delle scuole, fino alle compagnie teatrali che qui fissavano una tappa delle loro tournee". "Al Lux precisa il direttore artistico sono stati prodotti 57 spettacoli, ospitate 109 compagnie teatrali, 52 gruppi musicali, proiettati 816 film per 3.264 proiezioni complessive". C’erano ancora 13 spettacoli in programma al 19 di maggio, e ora si fatica a dire che sono stati "cancellati". "Oggi, da attore quale mi considero scrive Di Nita nella lettera aperta , mi sento un po’ meno bambino perché sono senza la mia casa. Proverò, insieme alla mia gente, a ricostruire una casa più forte e più importante di prima e cercheremo di vivere nel presente, sognando un bel futuro, imparando dal passato".
Il paese ne ha bisogno. "I teatri storici verranno ricostruiti, ma i nostri?", si chiede con preoccupazione l’artista invocando la ribalta mediatica non per sé, ma per la sua gente, perché "un paese per essere tale ha bisogno del teatro. Lo so evidenzia per quello che il teatro ha dato nel tempo, per i sogni che ha realizzato". Certo, ci sono delle priorità prima vengono le case e i luoghi di lavoro e forse, se sarà necessario abbatterlo, bisognerà pensare a una nuova struttura. Eppure anche in questa eventualità gli artisti sono pronti a rimboccarsi le maniche, perché, come disse don Ivan Martini all’offerta della sala per la Messa, "l’importante non è il luogo, ma che la gente riconosca quel luogo per ciò che rappresenta". L’importante è che un palco ci sia, per far sognare grandi e piccini, per dire che forse si sta davvero tornando alla normalità.