50° CONCILIO VATICANO II

I primi pensieri sulla missione

Dopo 47 anni il Papa nella casa dove “nacque” il decreto “Ad Gentes”

Foto SIR

Una istantanea, vescovi e sacerdoti ritratti nella classica posizione della foto di gruppo. Sono passati 47 anni da quell’immagine, e quello scatto oggi torna di attualità. In prima fila, al centro, c’è un cardinale il cui nome, assieme a quello di Angelo Giuseppe Roncalli, è stato fatto come possibile Papa: sappiamo poi come è andata a finire. Il porporato armeno si chiama Gregorio Pietro Agagianian. In ultima fila un trentottenne teologo tedesco: Joseph Ratzinger.
Innanzitutto il luogo: la casa dei Missionari del Verbo Divino a Nemi. La data: tra il 29 marzo e il 3 aprile del 1965. In quei giorni nella casa dei verbiti che si affaccia sul lago, era in corso un lavoro molto importante. Nell’aula conciliare il progetto di una dichiarazione sull’attività missionaria della Chiesa non aveva ottenuto l’approvazione dei padri ed era stato rimandato alla commissione che ne aveva redatto l’impostazione. Per la nuova stesura si decise di costituire una sottocommissione guidata da padre Johannes Schutte, allora superiore generale dei verbiti, e composta da quattro vescovi e cinque periti tra cui il sessantunenne padre Yves Congar e, appunto, Joseph Ratzinger.
Lunedì quel giovane teologo, oggi diventato Papa, è tornato nella casa dove è stato elaborato lo schema della dichiarazione Ad Gentes. Visita carica di memorie, di suggestioni: "Ne avevo un ricordo bellissimo, forse – dice il Papa ai partecipanti al diciassettesimo capitolo dei missionari verbiti – il più bel ricordo di tutto il Concilio. Io abitavo nel centro di Roma, nel Collegio di Santa Maria dell’Anima, con tutto il rumore: tutto questo è anche bello! Ma stare qui nel verde, avere questo respiro della natura e anche questa freschezza dell’aria, era già in sé una cosa bella. E poi c’era la compagnia di tanti grandi teologi, con un incarico così importante e bello di preparare un decreto sulla missione".

Da notare che il testo sulla missione bocciato dai padri conciliari aveva avuto tra i principali oppositori del primo schema, proprio l’arcivescovo di Colonia, il cardinale Joseph Frings, che ne aveva contestato i contenuti con argomenti messi insieme con il suo teologo di fiducia, appunto Joseph Ratzinger. A chiedere la collaborazione dello stesso Ratzinger nella stesura di un nuovo schema De Missionibus era stato il superiore generale dei missionari verbiti, padre Johannes Schütte. Lo ricorda il Papa dicendo che padre Schutte "aveva sofferto in Cina, era stato condannato, poi espulso. Era pieno di dinamismo missionario, della necessità di dare un nuovo slancio allo spirito missionario. E aveva me, che ero un teologo senza grande importanza, molto giovane, invitato non so perché. Ma era un grande dono per me". Alla prima riunione del gruppo di lavoro, dal 12 al 26 gennaio, il giovane Ratzinger non aveva potuto prendere parte, ma aveva inviato un testo sul fondamento teologico della missione della chiesa, testo che ispirò, come è stato messo in evidenza in un recente studio sul Vaticano II, alcuni passaggi del primo capitolo del decreto conciliare Ad Gentes. Scriveva l’allora giovane teologo che la missione "non è una battaglia per catturare gli altri e prenderli nel proprio gruppo". È Cristo che, operando attraverso la chiesa, porta la salvezza a tutti gli uomini, perché ogni salvezza viene da Dio e a nulla possono gli umani sforzi.
Interessante inoltre il giudizio che padre Yves Congar da di quelle giornate di lavori a Nemi. Entrambi, Congar e Ratzinger, pensavano che fosse una idea sbagliata considerare come vera attività missionaria solo quella intesa in senso classico, cioè come annuncio del vangelo tra i non credenti. E il teologo francese, nei suoi diari, descrive con parole non troppo lusinghiere la maggior parte dei componenti la sottocommissione; ma, scrive, "fortunatamente c’è Ratzinger. È ragionevole, modesto, disinteressato, di buon aiuto".

In quel gruppo di lavoro c’era anche il vescovo ausiliare di New York Fulton Sheen, "che ci affascinava la sera con i suoi discorsi", dice ai 150 partecipanti al capitolo dei verbiti Papa Benedetto. E aggiunge, ricordando proprio padre Congar e gli studiosi di Lovanio: "per me è stato un arricchimento spirituale, un grande dono. Era un decreto senza grandi controversie. C’era questa controversia, che io non ho mai realmente capito, tra la scuola di Lovanio e quella di Münster", poiché, afferma il Papa, "tutto convergeva in un unico dinamismo della necessità di portare la luce della Parola di Dio, la luce dell’amore di Dio nel mondo e di dare una nuova gioia per questo annuncio".
Così nel decreto Ad Gentes, che vede la luce il 7 dicembre 1965 con 2.394 voti favorevoli e soli 5 contrari, il più ampio consenso tra i documenti del Vaticano II, si legge che l’attività missionaria scaturisce direttamente dalla natura stessa della Chiesa: "Essa ne diffonde la fede salvatrice, ne realizza l’unità cattolica diffondendola, si regge sulla sua apostolicità, mette in opera il senso collegiale della sua gerarchia, testimonia infine, diffonde e promuove la sua santità". E la necessità della missione "chiama tutti i battezzati a radunarsi in un solo gregge ed a rendere testimonianza in modo unanime a Cristo, loro Signore, di fronte alle nazioni. Essi, se ancora non possono testimoniare pienamente l’unità di fede, debbono almeno essere animati da reciproca stima e amore".

Fabio Zavattaro

(09 luglio 2012)