R.D.CONGO
Da Reggio Emilia a Bruxelles per amore del suo Paese
Milleseicento chilometri di cammino. Questa l’impresa di John Mpaliza Balagizi, congolese da 18 anni in Italia, che il prossimo 29 luglio partirà da Reggio Emilia, dove vive e lavora, alla volta di Bruxelles. Obiettivo: farsi portavoce delle violenze che continuano a dilaniare il suo Paese, la Repubblica democratica del Congo, nel silenzio e nell’oblio dei media. Sostenuto dal Teatro dell’Argine di Bologna, che lo seguirà e documenterà tutto il percorso (www.itcteatro.it), da fondazioni, associazioni, da connazionali in Europa, ma anche da istituzioni europee e italiane, John arriverà al Parlamento di Bruxelles per chiedere che cada quel "silenzio imbarazzante" che avvolge il Congo. Un "cammino condiviso" di pace, "una via alternativa contro la violenza da parte di un popolo intero". Ma quale Europa lo attende? Marta Fallani, per il Sir, lo ha chiesto a John.
Perché un pellegrinaggio?
"Quando ci si sente impotenti, senza mezzi per poter dire vado nel mio Paese e costruisco ospedali, allora bisogna pensare a cosa si può fare. Nel mio caso si tratta della terza marcia. Ho iniziato con un pellegrinaggio a Santiago de Compostela e ho capito che qualcosa dentro di me cambiava. Questo non vuol dire che risolverò il problema nel mio Paese, ma voglio puntare sulla sensibilizzazione. Perché il silenzio che c’è oggi intorno al Congo è imbarazzante, sia nel mondo politico sia nel mondo dei media. Il mio obiettivo non è il Parlamento europeo, ma la creazione di una rete. La pace non si può risolvere prendendo un aereo e parlando con i parlamentari: a volte è importante lavorare dal basso, serve una sensibilizzazione delle persone. Anche quando la pace tornerà bisognerà ricostruire il Paese, e saranno i congolesi a doverlo fare con l’aiuto delle organizzazioni internazionali, ma anche di volontari, di giovani. Tutte persone sensibili, che non potranno esserlo se non sanno cosa succede oggi in Congo".
Cosa chiedi all’Europa e quali risposte ti aspetti dalle istituzioni europee?
"In questi giorni è stato pubblicato un documento ufficiale dell’Onu, in cui si accusa apertamente il Ruanda di fomentare la ribellione e il movimento M23. Oggi esiste un documento ufficiale e chiediamo che si prenda finalmente una decisione o si attivino delle sanzioni. Allo stesso tempo, chiediamo che parta un processo di pace nella zona dei Grandi Laghi, perché non si può pensare di risolvere i problemi del Congo quando i Paesi vicini, compreso il Ruanda, ma anche l’Uganda, vivono nel conflitto. Il Congo è un Paese con 450 etnie che hanno sempre vissuto in pace: non si tratta di una guerra di etnie o di religione. La ribellione in corso è animata da ex militari ruandesi tuttora ricercati dalla Corte penale internazionale. La riconciliazione e il perdono passano per la giustizia".
Sei nato in Congo ma da molti anni vivi in Europa. Come appare ai tuoi occhi l’identità europea?
"Questa crisi sta portando fuori tutto quello che in Europa non funziona. C’è ancora da lavorare sull’identità. Anche il Congo ha perso la sua identità, ma a maggior ragione l’Europa, che non vive la guerra, deve lavorarci. In Belgio, che è un Paese molto più piccolo del Congo, hanno un grandissimo problema tra valloni e fiamminghi. Sono stato di recente ospite di un francofono belga e non parlava una parola di olandese. In Congo ci sono quattro lingue ufficiali; io ne parlo correttamente due e capisco le altre. Un Paese così piccolo e sviluppato come il Belgio diviso in due lingue, mostra secondo me un grande problema d’identità. E proprio a Bruxelles si trova la rappresentanza dell’identità dell’Europa unita".
Ad oggi non esiste una politica comunitaria in materia d’immigrazione: cosa ti auguri per il futuro?
"Io sono in Italia da 18 anni e non ho la cittadinanza. Ho una carta di soggiorno a tempo illimitato. La scorsa settimana dovevo prendere un volo per Bruxelles e mi hanno detto che non potevo viaggiare, nonostante la questura mi avesse detto che non c’erano problemi. Non girano circolari, non ci sono controlli incrociati. Quando l’ho raccontato ad amici belgi nessuno ci ha creduto, perché lì la politica rispetto all’immigrazione è tutt’altra. Il problema dell’immigrazione non viene affrontato nel modo giusto. L’unico modo, infatti, sarebbe quello di evitare le guerre semplicemente, e far sì che i Paesi funzionino per non avere la necessità di lasciarli".
La crisi economica, l’andamento dell’euro, stanno forse portando l’Europa a una chiusura, a una riflessione su se stessa che rischia di allontanare l’attenzione su Paesi geograficamente lontani e in difficoltà?
"Io non sono un politico, ma questo fatto è sotto gli occhi di tutti. L’Europa per mancanza d’identità, di unione politica, come può occuparsi di altri? Purtroppo si continua a parlare di relazioni con il Terzo mondo sempre in termini di economia. Non si mette mai davanti la persona, perché se così fosse le cose sarebbero diverse. Questo però non può stancarci a sperare che un giorno possa esserci la pace".