UNIONE EUROPEA

Il monito tedesco

Rigore e responsabilità per salvare l’euro e rilanciare l’economia

Le notizie europee di questi giorni, soprattutto quelle più importanti, vengono dalla Germania. Anzitutto la Corte costituzionale tedesca ha deciso di rinviare al 12 settembre ogni decisione sulla compatibilità del fondo salva-Stati europeo (European Stability Mechanism, Esm) e del Trattato sul Patto di bilancio (Fiscal compact) con il sistema giuridico nazionale. I due accordi comunitari hanno già avuto la ratifica del Bundestag, ma prima di entrare in vigore devono ottenere il via libera dei giudici di Karlsruhe e la controfirma del presidente Gauck.
In secondo luogo, la cancelliera Angela Merkel ha ribadito nel corso di un’intervista televisiva ciò che aveva più volte affermato di recente: ovvero che la solidarietà della Germania e dell’Ue si potrà indirizzare verso i Paesi in difficoltà di bilancio a condizione che ci siano da parte loro chiari e precisi impegni verso il rigore e le riforme. "Se si ha una moneta comune questo significa che oltre ai vantaggi ci sono degli obblighi e che le decisioni politiche di ogni singolo membro hanno effetto sugli altri Paesi", ha puntualizzato la Merkel alla rete tv Zdf. Aggiungendo: "Si deve dare alle istituzioni europee più potere di agire" verso quei Paesi "che non rispettano le regole".
A Berlino potrebbe essere assegnato ancora una volta il ruolo di chi alza la voce per punire altri partner meno virtuosi dell’Eurozona, dando prova di scarsa solidarietà. In realtà si sa che la Merkel ha seri problemi interni, sia politici sia verso l’opinione pubblica, la quale tende a ritenere il suo governo troppo permissivo verso gli Stati mediterranei, incapaci – è questa la vulgata dei media tedeschi, ma anche di quelli britannici e del nord Europa – di tenere sotto controllo i conti pubblici.
Ma la cancelliera probabilmente non guarda solo alle elezioni legislative del prossimo anno. Angela Merkel pone all’Eurozona e all’Ue nel suo complesso un problema reale. E, pur apparendo a tratti cinica, lascia intravvedere una soluzione di breve e di lungo periodo. Nel breve dice sì agli aiuti, sottoposti però a "condizionalità" (chi riceve soldi deve dimostrare di non sperperarli e d’incamminarsi sulla strada del rigore, premessa necessaria per la crescita, la sola e vera risposta alla crisi economica e dei bilanci nazionali). Nel lungo periodo chiede con forza che cresca l’"Europa politica", da intendersi anche come Unione economica e monetaria, con ferree regole comuni sul piano dei bilanci statali. Un "controllo alla fonte", per evitare di trovarsi dinanzi alle drammatiche situazioni registrate negli ultimi anni, dall’Irlanda al Portogallo, dalla Grecia alla Spagna, senza trascurare un possibile caso-Italia, in cui la moneta unica – e con essa l’economia reale e l’occupazione – è stata messa in crisi proprio da gravi squilibri dei budget nazionali.
La Germania lancia, dunque, un segnale che va colto. E non manca di suggerire una via d’uscita credibile, che richiede più responsabilità e più Europa. Si può certo obiettare che le ruvide modalità d’intervento della cancelliera non facilitano un accordo politico, ma banalizzarne il contenuto sarebbe un errore con conseguenze nefaste.
Segnali positivi e d’intesa, soprattutto sullo scudo anti-spread e sul Meccanismo europeo di stabilità, potrebbero giungere dalla riunione dei ministri finanziari dell’Ue del 20 luglio o dalla quasi certa riunione in teleconferenza dei capi di Stato e di governo del 25 luglio. Resta il fatto che ancora una volta i tempi e le ritualità della politica non coincidono con quelli dei mercati finanziari e altri Paesi potrebbero nel frattempo essere presi di mira dalla speculazione, senza che "scudo" ed Esm siano in funzione. In tal caso le conseguenze sarebbero davvero imprevedibili.