MEDIO ORIENTE
Gli attacchi a Damasco e la strage a Burgas: una scia interminabile di violenza e di morte
Si avvita su se stessa la crisi in Siria, dopo l’attacco di ieri, in cui sono stati uccisi il ministro della Difesa, il suo vice e il capo dell’unità di crisi. Cresce l’attesa per la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, prevista per oggi, sempre più ostaggio della divisione tra chi, come Russia e Cina, vorrebbe dare sostegno al regime del presidente Bashar al Assad e chi, come l’Occidente e i Paesi arabi, vorrebbero ulteriori sanzioni. Ad alimentare la tensione, poi, arriva anche la notizia dell’attentato terroristico di Burgas, località bulgara sul Mar Nero, dove hanno perso la vita 8 turisti israeliani, in gran parte giovani, e 30 sono rimasti feriti. Una strage che giunge nel giorno del 18° anniversario dell’attentato di Buenos Aires (1994) in cui persero la vita 85 persone, 300 i feriti. All’epoca i terroristi attaccarono l’edificio dell’Associazione di mutuo soccorso ebraico. Anche allora, come oggi, ad essere chiamati in causa furono elementi di provenienza iraniana ed esponenti di Hezbollah. Le Chiese sono impegnate nella ricerca della riconciliazione per annodare i fili del dialogo che appare un’opzione troppo presto dimenticata dalla politica e dalla diplomazia, lasciando così il campo alle armi e alla violenza.
Trovare strade di dialogo. In questo senso va letta la dichiarazione, diffusa oggi dalla presidenza del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee), sulla situazione in Siria. "Speriamo che le autorità del Paese, la popolazione e tutti i credenti, di qualunque religione essi siano, guardino a Dio e trovino il cammino che faccia cessare tutte le ostilità, deporre le armi e intraprendere la via del dialogo, della riconciliazione e della pace". È l’auspicio espresso con forza dalla presidenza del Ccee. "Da mesi – affermano il presidente, card. Péter Erdő, e i due vicepresidenti, il card. Angelo Bagnasco e l’arcivescovo mons. Jozef Michalik – la Chiesa e tutta la comunità internazionale guardano con grande apprensione e profonda tristezza l’escalation di violenza in Siria, dove le armi sembrano aver sostituito il dialogo". Per il Ccee, "questo conflitto non può che portare con sé inevitabilmente lutti, distruzioni e gravi conseguenze per il nobile popolo siriano. La guerra è una via senza uscita. La felicità non può che essere raggiunta insieme, mai nella prevaricazione degli uni contro gli altri". "I prossimi giorni – si legge ancora nella nota – possono essere decisivi per gli esiti di questa crisi". Da qui l’esortazione ai cristiani d’Europa "a moltiplicare il loro impegno di preghiera per la pace in quella regione", in vista di una "possibile soluzione alla crisi, leale e costruttiva, rispettosa degli interessi di ognuno". Per far ciò, conclude il Ccee, "è necessario trovare di nuovo lo spazio per un dialogo di pace; non è mai troppo tardi per comprendersi, per negoziare e costruire insieme un futuro comune. Siamo certi che, con l’aiuto di Dio, il buon senso può prevalere e recare una convivenza pacifica nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà e nel rispetto di tutte le minoranze, in particolare dei cristiani del Paese".
Unanime condanna. Dalla Terra Santa giunge la condanna della strage di Burgas da parte del Patriarcato latino di Gerusalemme e della Custodia di Terra Santa, unita alla preoccupazione che una simile escalation di violenza e tensione in Medio Oriente, possa addirittura mettere in discussione la prossima visita di Benedetto XVI in Libano a settembre. "Ciò che è accaduto è veramente tragico e abominevole. Non si può uccidere in nome di Dio o in nome di un’ideologia. È inaccettabile". Così mons. William Shomali, vicario patriarcale per Gerusalemme, commenta al Sir la strage di Burgas. "Con questo vile attacco – afferma mons. Shomali – si aggiunge sofferenza al popolo ebraico, già segnato duramente dall’Olocausto. Non possiamo restare inermi, condanniamo fermamente questo barbaro attacco". "Se c’è un conflitto – aggiunge il vicario – questo va risolto per via negoziale e non con vendette e genocidi. Siamo contrari a ogni forma di violenza". Mons. Shomali non manca di esprimere la sua preoccupazione per l’escalation di violenza e di tensione in Medio Oriente, in particolar modo nella vicina Siria, Paese legato a doppio filo al Libano, dove il Papa si recherà in visita fra meno di due mesi. "Molti – spiega il vicario – sostengono che la situazione in Siria è destinata a sbloccarsi presto e che si avrà un vincitore, ma non dicono che c’è già uno sconfitto, il popolo, che ha avuto molte vittime, l’economia distrutta, il suo tessuto sociale spaccato da divisioni etniche e religiose. Prego che tutta questa tensione venga meno quando Benedetto XVI verrà in Libano. Dovesse restare questa pericolosa situazione di tensione, credo sia meglio rimandare il viaggio e non esporre il Pontefice a problemi di sicurezza, con il rischio ulteriore che le sue parole vengano strumentalizzate a fini politici". Alle parole di mons. Shomali fanno eco quelle del Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, che parla di "atto barbaro" e di "pessimo segnale che testimonia il degrado cui stiamo assistendo in Medio Oriente". Purtroppo, dichiara al Sir il Custode, "ancora una volta, a prevalere sono i luoghi comuni: essere ebreo e israeliano vuol dire essere nemico e ostile. E questo è quanto di più barbaro esista. Condanniamo con chiarezza questo vile attentato". In questa situazione di tensione che investe tutto il Medio Oriente, Siria in testa, per il Custode, "la visita del Papa in Libano potrebbe essere un forte elemento di speranza. Tuttavia, bisognerà vedere cosa accadrà nel prossimo mese, probabilmente decisivo per la Siria. Non so se questo metterà a rischio la visita di Benedetto XVI in Libano, ma potrebbe essere uno scenario. Il viaggio del Papa, in un momento così difficile, sarebbe un segno forte di presenza anche se il buon senso ci dice di aspettare il prossimo mese".