UE-SPAGNA

La strada obbligata

Da Madrid si alza un grido di aiuto che non può rimanere inascoltato

Quando le piazze s’infiammano, quando in cento città di uno stesso Paese la gente "normale" – il pensionato e la maestra, l’impiegata e il centralinista, lo studente universitario e la madre single, il tramviere e il bancario – protesta perché non ce la fa più, allora per la politica è tempo di fermarsi, mettere tutte le carte in tavola, per poi decidere con responsabilità e sguardo lungo. Da Madrid a Siviglia, da Valencia a Oviedo, i cittadini spagnoli invocano segnali di speranza oltre che qualche euro in più per far quadrare i conti di casa. Non c’è populismo, ma un popolo che, nel pieno di una crisi economica e occupazionale devastante, fatica a vedere la fine dell’incubo.
Sono scene già viste negli ultimi mesi: in Grecia, in Romania, in Portogallo… Non tutti gli Stati europei hanno così gravi problemi di bilancio e di tenuta del sistema economico e finanziario, ma di certo nessun governante può stare tranquillo. Lo sanno bene la cancelliera tedesca Merkel, il presidente francese Hollande, il premier olandese Rutte e, a maggio ragione, quello italiano Monti. La crisi venuta da lontano, che dal 2008 tiene sotto scacco il Vecchio Continente, ha già fatto tante, troppe vittime: budget nazionali in affanno, imprese che chiudono i battenti, lavoratori licenziati, pensionati e impiegati pubblici cui viene ridotto d’imperio il reddito mensile.
In questo scenario si riunisce oggi in teleconferenza l’Eurogruppo con un solo punto all’ordine del giorno: tendere la mano alla Spagna mediante un corposo (100 miliardi) finanziamento alle sue banche. Non è il primo intervento di questo genere, quasi certamente non sarà l’ultimo. E se dal Nord Europa, che ha oggettivamente una maggior capacità di gestire i conti statali, si levano mugugni crescenti verso gli Stati mediterranei forieri di sempre nuovi problemi di stabilità monetaria, tutti i politici comprendono che non si può lasciar andare alla deriva Madrid. Così come non si sono abbandonate al proprio destino Atene, Dublino, Lisbona, Budapest. Anche a Roma un sostegno è arrivato giusto un anno fa, mentre Nicosia ne ha già fatto domanda. Intanto si guarda a Est, col timore di nuove brutte sorprese.
In frangenti come quelli che sta attraversando l’Europa occorre fare ricorso a diverse "virtù": il senso di responsabilità verso chi si trova (non senza colpe) in difficoltà; lo spirito di solidarietà, fosse anche solo per evitare disastri peggiori; convinti richiami al rigore e, se necessario, ai sacrifici.
In Europa le spinte centrifughe sono in aumento, le posizioni euroscettiche e populiste uniscono le forze, i governanti traballano. Ma la sola via d’uscita realistica appare quella del "serrare i ranghi", dell’innalzare le difese attorno alla moneta unica, del costruire un sistema di regole e di controlli affinché i mercati finanziari non possano in futuro rimettere in ginocchio l’economia reale che adesso ha bisogno di sostegni concreti e di spinte per la crescita.
Non dovrà mancare il momento di tirare le somme fra coloro che hanno dato e coloro che hanno ricevuto, posto che è sempre difficile stabilire, con le attuali dinamiche dei mercati globali, chi si trova da una parte e chi dall’altra. Ma oggi le nazioni europee sono chiamate a unire le forze per dimostrare che una "casa comune" c’è e che il grande disegno dell’integrazione dei popoli e degli Stati è in grado di superare ostacoli apparentemente insormontabili – la storia c’insegna che è già più volte accaduto in passato – per procedere con passo deciso verso il futuro.