EDITORIALE
La crisi nasconde i passi compiuti per l’unificazione ma occorre riprenderli con vigore
L’attuale crisi economica che minaccia il processo di unificazione europea, mette in ombra i grandi passi in avanti finora compiuti. Vale la pena, perciò, ripercorrere i vent’anni trascorsi dalla firma del Trattato di Maastricht che ha segnato la nascita dell’Unione monetaria.
A parte la fase istitutiva degli anni Cinquanta, nella storia della Comunità europea o dell’Unione non vi è mai stato un periodo dinamico e ricco di eventi quanto quello durante il quale venne negoziato e successivamente approvato, il 7 febbraio 1992, il Trattato di Maastricht. Sia dal punto di vista politico che istituzionale, nonché geografico, negli anni successivi la costruzione europea fu sottoposta a numerosi impulsi che ne determinarono notevoli modifiche e trasformazioni. Con il Trattato di Maastricht vennero poste le basi per rafforzare gli elementi federali e democratici dell’Unione: tra gli altri, la sussidiarietà divenne un principio-guida, venne istituito il Comitato delle regioni e con la procedura di co-decisione vennero riconosciuti al Parlamento europeo importanti diritti di natura legislativa. Da questo punto di vista, il Trattato di Maastricht rappresenta perciò un momento importante nel processo d’integrazione, sebbene non costituisca una nuova fondazione, poiché in ultima analisi, nonostante le modifiche e le innovazioni, prevalgono gli elementi della continuità.
Con gli importanti cambiamenti di natura politica e sociale, verificatisi nell’Europa centro-orientale in conseguenza del dissolvimento dell’impero sovietico, nonché con la riunificazione della Germania, avvenuta nel 1990, che comportò l’inclusione più o meno automatica nella Comunità europea del territorio e della popolazione dell’ex Ddr, nei successivi vent’anni venne introdotta la successiva unificazione con i Paesi dell’Europa settentrionale, centro-orientale e sud-occidentale, nonché con gli Stati mediterranei di Cipro e Malta. La dinamica che trovò espressione nei diversi negoziati per l’ampliamento o per l’unificazione ha reso palese la necessità di introdurre riforme di ampia portata nel sistema politico-istituzionale.
Per via del livello di integrazione fino allora raggiunto, oltre all’esigenza derivante dalla crescita geografica e dall’aumento del numero di membri, venne a manifestarsi anche la necessità, più strettamente legata al sistema stesso, di riformare il funzionamento e l’operatività dell’Unione, per farla ulteriormente evolvere. A tale necessità si fece fronte con i Trattati di riforma, partendo dal Trattato di Maastricht (in vigore dal 1° novembre 1993), cui seguirono il Trattato di Amsterdam (in vigore dal 1° maggio 1999) e il Trattato di Nizza (in vigore dal 1° febbraio 2003). Questi annosi sforzi di riforma furono coronati dalla Costituzione europea elaborata dalla Convenzione europea (dal 2002 al 2003). Tuttavia, dopo che la Costituzione venne bocciata dai referendum svoltisi in Francia e nei Paesi Bassi, gli importanti risultati espressi dal documento vennero riassunti nel Trattato di Lisbona (in vigore dal 1° dicembre 2009) da un’ulteriore Conferenza dei governi.
Sostenuto dalle esperienze europee maturate dai suoi membri in tanti anni e dalle competenze e dai diritti via via attribuitigli in misura sempre crescente dal momento dell’introduzione dell’elezione diretta, ma soprattutto incoraggiato dalla procedura di co-decisione sancita dal Trattato di Maastricht, il Parlamento europeo è diventato un protagonista importante in tutti questi processi e sviluppi ed è stato in grado di dare significativi impulsi in qualità di avvocato del superiore interesse sovranazionale. Sia nel settore legislativo che in quello dell’approvazione del bilancio, in questi anni il Parlamento europeo ha potuto imporsi ampiamenti nell’ambito della procedura prescritta dal Trattato e di ampliare i propri poteri. E se nel frattempo anche il profilo parlamentare dell’Unione e il prestigio della rappresentanza popolare sono cresciuti costantemente, non si è ancora verificata verso un Parlamento europeo quale istanza incontrastata di controllo e di iniziativa in tutti i campi della politica. Rispetto alle aspettative della maggioranza dei suoi membri e ai requisiti della democrazia, esso resta tuttavia incompleto – come pure l’Unione europeo nel suo complesso.
Il rapido susseguirsi degli sforzi di riforma e dei Trattati da essi derivanti dimostra chiaramente che i capi di Stato e di governo, quali “Padri dei Trattati” incaricati di prendere le decisioni finali, hanno agito ogni volta in modo insufficiente a causa di una miopia politica ed ideologica, ossia per la preoccupazione circa la sovranità divenuta fittizia dei propri Stati, e non hanno voluto prendere decisioni importanti e urgenti. Questa è, in ultima analisi, un importante motivo per cui l’Unione monetaria, pensata come il cuore della costruzione, è precipitata in una crisi che deve ora essere superata con complesse opere di riparazione.