SIRIA
Il dialogo al centro della richiesta degli esponenti siriani riuniti oggi dalla Comunità di Sant’Egidio
"Una soluzione politica non è un sogno ingenuo ma una necessità". Con queste parole Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio, ha illustrato l’"Appello di Roma", siglato oggi nella Capitale, da oppositori autorevoli della società politica e della società civile siriana, provenienti da Damasco e da altre città del Paese, appartenenti a dodici raggruppamenti diversi all’interno del movimento democratico siriano, riuniti dalla Comunità di Sant’Egidio nel quadro dell’iniziativa "Una soluzione politica per la crisi nazionale siriana – l’Opposizione siriana parla". "La Comunità di Sant’Egidio – ha spiegato Marazziti – da anni vive e ama questo Paese e negli ultimi mesi ha ascoltato la voce di chi, oppositore da sempre del regime siriano, pagando di persona anche con la prigione, oggi lotta per una Siria democratica che rispetti dignità e giustizia". Per Marazziti si tratta di voci di "un’opposizione che in Occidente sono state poco ascoltate e conosciute. La Siria – ha aggiunto il portavoce – è forse l’ultimo Paese del mondo in cui l’identità coincide con la convivenza. Tutte le denominazioni cristiane, musulmane, druse, curde, da millenni in Siria vivono insieme come una proposta al mondo. Con questo Appello abbiamo l’ambizione di proporre una via politica alla crisi siriana per dare elementi ai nostri governi e a quelli del mondo per ragionare sui mezzi più opportuni per aiutare la Siria a trovare la strada della libertà e della sicurezza". Per Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, "la violenza sta distruggendo il poco equilibrio rimasto nel Paese. In questi giorni di lavoro abbiamo voluto parlare di politica, anche se oggi può sembrare irragionevole, per superare le semplificazioni della guerra. La proposta dell’Appello è nata dalla convinzione che non va toccato l’equilibrio della convivenza". E per farlo è necessario che "la comunità internazionale non ricerchi vie d’uscita politiche parziali. "La proposta della soluzione politica – per Impagliazzo – è la vera via che aspetta la maggioranza senza voce del popolo siriano".
No alle armi. Prima della firma dell’Appello hanno preso la parola due rappresentanti dell’opposizione. Secondo Faiez Sara, scrittore e giornalista di Damasco, in prigione per anni per le sue idee contrarie al regime, "la ricerca di una soluzione politica è prioritaria per dare risposta alle migliaia di morti, ai 70 mila desaparecidos, ai 2,5 milioni di sfollati. La crisi siriana è internazionale, vanno fermate le armi sia del regime che dell’opposizione militarizzata". Abdulaziz Alkahier, alle spalle 14 anni di detenzione, tra i fondatori del National Coordination Body, ha espresso la convinzione che "le armi non sono la soluzione, mentre lo sono il negoziato e il dialogo. Le armi non costruiscono democrazia e distruggono il futuro". Poi una stoccata ai media che s’interessano di Siria: "La maggior parte dei media invitano il popolo ad armarsi, ma la Siria è Paese di convivenza unica che non sopporta violenza cieca. Sarebbe un disastro per tutta la regione se la violenza dovesse prevalere. Sostenere la militarizzazione porterà nel baratro il Paese". In questa ricerca della soluzione politica "l’Italia gioca un ruolo importante in quanto essa è il primo partner storico mediterraneo. Attraverso l’Italia possiamo raggiungere l’Ue e il mondo per esercitare pressioni su tutti, a partire dal regime e per finire alle potenze regionali che spingono alla militarizzazione".
L’Appello. Tutti concetti ritrovati nell’Appello siglato dopo poco. "La soluzione militare tiene in ostaggio il popolo siriano e non offre una soluzione politica in grado di accogliere le sue aspirazioni profonde – si legge nel testo – la violenza porta a credere che non c’è alternativa alle armi. Ci impegniamo a sostenere tutte le forme di lotta politica pacifica e di resistenza civile, e di favorire una nuova fase di incontri e conferenze all’interno del Paese". L’Appello ribadisce l’esigenza "di rifiutare la violenza e lo scivolamento verso la guerra civile perché mettono a rischio lo Stato, l’identità e la sovranità nazionale". Per gli oppositori siriani "un’uscita politica" dalla crisi è "il modo migliore per difendere gli ideali e realizzare gli obiettivi di chi mette a rischio la propria vita per la libertà e la dignità. Invitiamo i nostri concittadini dell’esercito siriano libero e tutti quelli che portano le armi a partecipare a un processo politico per giungere a una Siria pacifica, sicura e democratica". Pur dichiarandosi "non neutrali", "siamo parte del popolo siriano che soffre l’oppressione della dittatura e la sua corruzione", i firmatari dell’Appello ribadiscono di "non poter accettare che la Siria si trasformi in un teatro di scontri regionali e internazionali, Crediamo – recita l’Appello – che la comunità internazionale abbia la forza e le capacità politiche necessarie per trovare un consenso che sia base di un’uscita politica dalla crisi basata sull’imposizione del cessate-il-fuoco, il ritiro degli apparati militari, la liberazione dei rapiti e dei detenuti, il ritorno dei profughi, gli aiuti di emergenza alle vittime, un vero negoziato globale senza esclusioni, che sarà completato da una vera riconciliazione nazionale basata sulla giustizia".