ECUMENISMO

Lo sguardo dell’altro” “

Sae: confronto sull’intercultura in un tempo di veloci cambiamenti

"Il dono arricchisce il donatore e la generosità è estremamente produttiva". Lo ha detto stamattina padre Gheorghe Vasilescu, arciprete ortodosso romeno, a proposito dei "tanti aspetti del donare da parte dei cristiani", aprendo i lavori della quarta giornata della sessione estiva del Sae, in corso a Paderno del Grappa (Tv). La prima scuola del fare il bene, ha precisato, è "la famiglia, piccola Chiesa dove, in spirito di imitazione, i bambini imparano la generosità, la misericordia". La mattinata è proseguita approfondendo il tema "Interculturalità e pace", attraverso tre voci.

Passaggio inevitabile. "Dio, le Chiese, le religioni si stanno globalizzando e stanno cambiando indirizzo. Questo riguarda la Chiesa cattolica, ma anche l’islam, il buddhismo, le tradizioni orientali in Occidente e le Chiese e tradizioni occidentali in Oriente", ha affermato Brunetto Salvarani, direttore di Cem-Mondialità. Siamo in uno stato di "crisi permanente", tutto cambia così rapidamente da impedire di "fotografare la realtà". Per Salvarani, "lo spaesamento è un dato di fatto": dobbiamo "stare nelle contraddizioni, nelle fatiche, nei problemi adottando uno sguardo glo-cale" al mondo, a partire dal proprio ambiente. Per il direttore di Cem-Mondialità, "l’interculturalità è assolutamente necessaria, un passaggio inevitabile. L’intercultura è la presa di coscienza che nessun uomo è un’isola e nessun gruppo umano può farcela da solo. Ogni cultura deve essere apprezzata e valorizzata. Noi siamo un insieme di culture". Invitando ad abolire "la parola integrazione", Salvarani ha sottolineato che "è necessaria un’interazione, fatta di accoglienza, di sguardo, di conoscenza reciproca e continua".

Creare nuovi cittadini. "L’obiettivo di un sano progetto d’interculturalità è quello di ‘creare’ nuovi cittadini, di far crescere nuove risorse umane, di arricchire la cittadinanza grazie ad apporti provenienti da altre radici, da altri legami, da nuove energie", ha sostenuto Bruno Segre, direttore di Keshet. Il dibattito interculturale globale è in corso, ma è "viziato dalla propaganda xenofoba e dall’impropria dislocazione sul piano religioso di molte questioni che sono più propriamente di natura economico-sociale". Per il futuro del pianeta "è essenziale il dialogo, giacché soltanto esso ci permette d’incontrare, trovare quello che ci unisce, come i problemi della nostra epoca che non sono appannaggio di alcun gruppo sociale o di alcuna specifica comunità". Ed è proprio "su questo terreno, che una precipua missione formativa, preziosissima, può essere nuovamente assunta, in un orizzonte globale, dalle tre grandi tradizioni religiose ‘mediterranee’ del ceppo abramitico: ebraismo, cristianesimo e islam, che per molti secoli si sono incontrate e hanno messo a confronto, spesso in termini aspramente competitivi, i propri sistemi di valori. Depositarie di saperi teologici elaborati in tempi ormai remotissimi, esse sono oggi chiamate, ciascuna per suo conto, a ricontestualizzare i propri valori per metterli in condizione di misurarsi efficacemente con le più devastanti conseguenze della globalizzazione in atto". "Penso – ha proseguito Segre – che le urgenze che stiamo attualmente vivendo impongano alle nostre tre grandi tradizioni un compito di vitale importanza, da affrontare in comune e, possibilmente, da condividere con tutte le altre diverse espressioni di spiritualità. Si tratta di diffondere il più possibile la consapevolezza che sul pianeta Terra siamo ormai tutti interdipendenti". Tocca alle grandi correnti della vita spirituale "mettere l’umanità intera di fronte alle comuni responsabilità verso la salvaguardia dell’ambiente globale".

Comprendere la primavera araba. Dagli inizi del 2011, "una gran parte del mondo islamico sta vivendo un mutamento epocale nella sua configurazione sociale e politica. Le dittature che hanno mantenuto per decenni questi Paesi sotto il loro feroce controllo stanno una a una cadendo, portando, da un lato, l’accesso alla libertà a milioni di cittadini arabi e musulmani e, dall’altro, l’aumento di un sentimento di paura e d’insicurezza nelle controparti occidentali". Ha sottolineato questi aspetti Ouejdane Mejri, presidente dell’Associazione "Pontes, Tunisini in Italia". "La paura principale – ha evidenziato Mejri – è quella di una incompatibilità tra l’islam e la democrazia che potrebbe portare a conflitti irrisolvibili tra il mondo occidentale e quello arabo". Di fronte alla domanda: "Che tipo di pace si potrebbe costruire in un mondo in cui gli spazi s’intrecciano e in cui sussiste una vera e propria "promiscuità" culturale?", Mejri propone di "porre la cosiddetta ‘primavera araba’ al centro dell’attenzione, per poter immaginare oggi, in Europa, delle vie che possano tenere conto sia dell’esigenza di unità sia di quella di diversità e per affrontare la tematica della pace e dell’intercultura. Questi mutamenti geo-politici nei Paesi arabi sono determinanti per definire le dinamiche sociali, culturali e psicologiche non solo delle popolazioni in loco, ma anche di quei milioni di musulmani che oggi risiedono in Europa".