OLIMPIADI

Una gara già vinta

Alcune riflessioni che vanno oltre lo sport e toccano la vita

Ventisette milioni di sterline, qualcosa come 34 milioni di euro, o se volete 40 milioni di dollari, in tempi di crisi economica non sono poco, ma vuoi mettere una notte in cui Shakespeare cammina, anzi corre, sottobraccio a Usain Bolt, Harry Potter canta con Paul McCartney, e i personaggi di Thomas Hardy sembrano rispuntati dalle ottocentesche brughiere inglesi di "Via dalla pazza folla"?
Se gli organizzatori hanno voluto presentare al mondo l’intera storia inglese, si sono fatti bene i loro conti. Che non sono solo monetari, il che oggi non è roba da buttare. I conti sono anche simbolici, e nonostante qualche scettico la pensi diversamente, in un momento così drammatico come quello dell’attuale economia, gesti simbolici non guastano, anzi, aiutano. E, allora, ecco il simbolismo dell’inizio di tutto il nostro oggi, dalla finanza all’industrializzazione e, guarda caso, lo sport moderno. Qui, a Londra, e soprattutto nei distretti minerari dell’interno si è giocata la partita della modernità.
Una modernità che ha però spazzato via la cultura precedente, quella delle fattorie e dell’agricoltura familiare, guarda caso le medesime che hanno aperto la trentesima olimpiade moderna. Il rimosso è riaggallato nello stadio olimpico grazie ad attori a dire il vero poco usuali, 12 cavalli, 2 capre, 10 polli, oche, anatre, e 3 belle e paciose mucche da latte. Non c’è che dire: gli inglesi hanno tributato un doveroso omaggio a quello che la grande industrializzazione, la radice di ogni globalizzazione, ha fatto – e dolorosamente – fuori per aprire il mondo al motore e ai suoi derivati. Siamo andati ad un prima che oggi vediamo solo in alcuni film. E guarda caso, un altro affascinante sogno ha aperto la terza olimpiade londinese (le precedenti ci sono state nel 1908 e nel 1848: Londra è l’unica città ad averne ospitato tre), quello della "Tempesta" di Shakespeare, e allora un brivido ha percorso la schiena di quanti conoscono quell’opera: tutto questo ha un futuro, o è solo una magica polverina, diradata la quale non rimane che un presente preoccupante?
A sentire Dennis Hone, capo delle infrastrutture dell’Olimpiade londinese, siamo oltre il sogno shakespeariano, perché dopo i giochi tutto sarà riqualificato con la creazione di migliaia di posti di lavoro, e senza eccessivo impatto ecologico: si è potuto riciclare il 98% dei materiali presenti nel vecchio sito. Un segno dei tempi, in linea con la direzione di evitare sprechi e danni all’ambiente in nome di una nuova economia sostenibile. Ma in questa lunga notte londinese si sono incontrate – e scontrate – due ipotesi di modernità, anzi, tre.
La prima è quella della globalizzazione; a guardare le cose dall’ultimo gradino dello stadio in uno sguardo d’assieme, le diversità culturali si sono fuse, a parte le solite polemiche tra alcuni Stati presenti. Il passato si è riconciliato con il presente e ha mandato messaggi per il futuro: l’economia liberista si può conciliare con la vivibilità del pianeta, e abbattere le frontiere, le divisioni razziali ed etniche.
La seconda riguarda la presenza delle rappresentative degli atleti che hanno sfilato, la Grecia per prima: molti portavano abiti legati alle proprie tradizioni, e qui si è visto che la differenza è ricchezza, perché è segno di libertà: si vive in modo diverso, in terre diverse, con fedi e concezioni diverse, e se questa diversità esiste da millenni è segno che è parte integrante dell’universo antropologico, il che è un avviso ai più radicali tra gli economisti che vorrebbero far bere coca cola nei più nascosti monasteri tibetani.
Infine, la presenza di icone di una cultura, quella degli anni Sessanta, che sembrava aprire le porte ad un mondo migliore. Le speranze offerte ai giovani di allora dalle parole di "Hey Jude", cantata alla fine dal grande beatle, il bassista mancino che assieme a John Lennon ha creato la colonna sonora della swingin’ London. A rivedere Paul su un palco a cantare una delle colonne sonore di quarant’anni fa, è venuta spontanea una domanda: è stata quella cultura che ci ha portato fin qui? O quei messaggi di amore e libertà sono stati traditi e anzi commercializzati, per coprire gli interessi del mercato che deve vendere, e che si serve quindi di quelle speranze di libertà per poterlo fare meglio? È una domanda a cui nessuno può rispondere, e forse è meglio.
Ma un’altra domanda ci passa per la mente quando vediamo tra i personaggi attorno alla bandiera olimpica, il grande Cassius Clay, un’altra icona dei Sessanta, trasformato dalla malattia: perché mostrare l’altra faccia della forza, del coraggio, della giovinezza? È stata questa una delle scommesse dell’organizzazione, e probabilmente, è quella vincente, perché ci costringe a pensare alla sofferenza del mondo, all’oltre olimpiade. Una scelta coraggiosa, che va al di là della scenografia, a toccare qualcosa che non deve fermarsi con la fine dei Giochi: la solidarietà con chi soffre, qualsiasi sia la sua storia, qualsiasi "gara" abbia affrontato.