SUDAN - SUD SUDAN
Scade oggi il termine per i negoziati tra i due Paesi mentre cresce la crisi umanitaria
A poco più di un anno dall’indipendenza del Sud Sudan continua il braccio di ferro tra Juba e Khartoum, mentre sul terreno la situazione umanitaria, soprattutto nelle regioni di confine, diventa sempre più drammatica. Scade ufficialmente oggi il termine concesso ai due governi dalle Nazioni Unite per trovare un accordo sulle questioni ancora in sospeso, ma l’intesa è ancora lontana.
I nodi irrisolti. Il 2 maggio scorso, a poche settimane dalla crisi nella regione di confine di Heglig, che aveva fatto temere per lo scoppio di una nuova guerra su larga scala tra i due Paesi, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2046, aveva intimato il ritiro delle truppe dalle regioni contese e la riapertura dei negoziati, sotto l’egida dell’Unione africana. Una "road map" per arrivare definitivamente a trovare una soluzione a quelli che sono – fin dalla firma degli accordi di pace del 2005 – i nodi irrisolti tra i due Paesi: la gestione del petrolio (il 75% delle riserve del Sudan unito si trova a Sud, ma i due oleodotti utilizzati per l’esportazione transitano da Nord), lo status giuridico delle persone appartenenti a un Paese ma residenti nell’altro, la decisione alle dispute di confine e, non da ultimo, la definizione dello status di Abyei, regione contesa (ricca di petrolio).
Paesi in crisi. Punti critici che si sommano ad un’instabilità crescente nelle regioni di confine. Fin dai mesi successivi all’indipendenza del Sud Sudan sono ripresi gli scontri nelle regioni del Sudan meridionale e, in particolare, negli Stati del Sud Kordofan e del Blue Nile. A scontrarsi l’esercito sudanese e i ribelli del "Sudan People Liberation Army Nord". I bombardamenti più pesanti hanno riguardato la regione dei Monti Nuba già pesantemente colpita negli anni Ottanta e Novanta. Una crisi politica, diplomatica e umanitaria che sta avendo pesanti ricadute sui due Paesi. A causa del mancato accordo sui costi per il trasporto del greggio lungo i gasdotti sudanesi, il governo di Juba ha deciso nello scorso gennaio il blocco delle esportazioni di greggio, che rappresentano il 98% delle rendite del Sud Sudan. Il rischio è che tra pochi mesi non ci saranno più soldi per pagare i dipendenti statali e, in particolare, i militari.
Sudan in bilico. La popolazione del Sud, segnata dagli anni della guerra, sembra però maggiormente in grado d’incassare il contraccolpo. Non così a Nord dove la crisi economica degli ultimi mesi rischia di avere pesanti ripercussioni sulla tenuta del governo di al-Bashir, attuale presidente del Sudan. Perdendo il 75% delle proprie riserve il Sudan ha visto andare in fumo la ricchezza che ha permesso la crescita del Paese negli ultimi dieci anni. Al blocco delle esportazioni di greggio è seguito anche il blocco dei confini e delle merci che transitavano tra i due Paesi. Questo ha portato a un aumento notevole dei prezzi in tutta la parte settentrionale del Sud Sudan aggravando anche la crisi economica interna al Sudan. Il governo ha reagito con una serie di misure di austerità che hanno amplificato il malcontento della gente portando a manifestazioni di protesta in diverse città. All’opposizione politica interna – forte anche di una componente islamista – si aggiunge quella militare con la nascita del Fronte rivoluzionario del Sudan che ha raggruppato le formazioni ribelli di Darfur, Sud Kordofan e Blue Nile nel tentativo di rovesciare il regime.
Quale speranza? È in questa situazione complessa che i mediatori delle Nazioni Unite e dell’Unione africana, sempre più protagonisti, hanno provato a trovare un accordo. Qualche passo avanti nelle ultime settimane sembra esserci stato, soprattutto sul fronte degli accordi economici anche se le parti sono ancora lontane. In attesa di una decisione, non si ferma l’esodo dei sud-sudanesi che stanno tornando verso Sud (erano circa 700 mila i sud-sudanesi al Nord al momento dell’indipendenza) . Alcuni di loro sono accolti in campi di fortuna lungo la rotta verso Sud. Una strada che s’interseca con i combattimenti in corso. C’è, infatti, una parte della risoluzione dell’Onu che sembra maggiormente ignorata: il Consiglio di sicurezza chiede all’esercito sudanese e ai miliziani del "Sudan People Liberation Army Nord" di consentire l’apertura di corridoi umanitari verso le popolazioni colpite. Così non è stato.
Una preghiera comune. La sensazione è che al-Bashir – su cui pende un mandato di cattura della Corte penale internazionale per genocidio – stia tenendo duro perché non può permettersi un’altra sconfitta: la sua immagine rischierebbe di uscirne ancor più indebolita. Dall’altra parte, la leadership del Sud sa che il tempo gioca a suo favore, nonostante la popolazione continui a pagare il prezzo di questa attesa. Entrambi i Paesi avrebbero oggi bisogno di leadership che mettano al primo posto il bene dei popoli e non delle elité o il proprio personale orgoglio. Per questo si è pregato e si continua a pregare in Sud Sudan. C’è un detto africano che dice: "Quando due elefanti combattono, è l’erba a soffrirne". Anche qui il rischio è che, tra i due elefanti, a pagare il prezzo più alto resti il popolo.
Dal Sud Sudan
Michele Luppi