ANGELUS

Un’altra ragione

La fede non è per un interesse individuale ma per un incontro personale

La folla? Forse chi fa parte della “folla” una qualche propensione ad ascoltare una parola nuova ed inedita ce l’ha, magari attratta da benefici tangibili quali il moltiplicarsi del pane. E chi della folla non fa parte? Chi è ancora più in là o più in basso degli ottusi che formano la folla?
Gesù non è un ingenuo, come potrebbe esserlo chi gioca in proprio la carta del successo immediato, il suo sguardo penetra più a fondo e coglie “il perché di tanto entusiasmo nel seguirlo”. Non solo, osa anche sfidare l’impopolarità con la sua denuncia schietta “mi cercate perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”.
La folla quindi è ferma al livello dello stomaco e del ventre, necessità umane che indubbiamente non si possono negare e che Gesù stesso non ha negato, bensì ha messo a tacere con un dono reale: togliendo la fame.
Il “segno” però puntava molto più nel profondo e avrebbe voluto indicare alla folla un’altra ragione, quella del “cuore che è stato impressionato”.
Una ricaduta nella persona divisa fra oralità e sentire profondo? Ben di più, seguire il richiamo di Gesù, come sottolinea Papa Benedetto, conduce all’unificazione, alla persona una ed indivisa che sa collocare al posto giusto tutte le sue giuste esigenze materiali. Stomaco compreso.
Nella nostra realtà di carne, Gesù vuole che si incarni “un orizzonte dell’esistenza che non è semplicemente quello delle preoccupazioni quotidiane del mangiare, del vestire, della carriera”.
All’interno di questa prospettiva tutto è possibile ma tutto cambia.
L’ottusità permane ma, almeno, questa folla si interroga e non si lascia intorpidire da un pasto luculliano, dagli abiti griffati, dalla carriera rampante.
La domanda è molto pragmatica ma anche molto furbescamente evasiva, punta solo al “fare”, cioè ad un conformarsi a qualche dettame per ottenere un risultato che garantisca il quotidiano che, a sua volta, una volta soddisfatto (stomaco incluso) consenta di accrescere la propria fortuna, di lustrare la propria visibilità.
Per Gesù non esiste questo tipo di “opera di Dio”, esiste solo “l’opera di Dio” e qui, immagino, la folla si sarà detta: il quotidiano sazio sta scomparendo, il mio guadagno si liquefa, evapora e rimango, oltre tutto, a stomaco vuoto.
La risposta di Gesù è lapidaria e non consente scarti: “Credete in me”.
Certo, credere a chi ti ha sfamato è facile, lo dimostra la folla che Lo insegue, ma credere a Chi chiede di rompere un quotidiano assestato e di abbandonarlo perché “umano” e lasciarsi condurre invece a “credere a colui che egli ha mandato”, non rasenta una pazzia delirante?
Deve rovesciarsi tutta una concezione di vita e entrare in atto la conversione, simile a quella che compiamo quando, non avendo imboccato l’uscita esatta dall’autostrada, dobbiamo virare, rovesciare il percorso e tornare indietro.
Di più ancora, il Papa scandisce due netti “non”: “non si tratta qui di seguire un’idea”: talvolta un’idea nuova fa sussultare, incanta, almeno finché non si dimostra fallace;
“non si tratta qui di seguire un progetto”: attraente, sensato, che possa portare frutto economico e notorietà:
Per giungere alla positività, a quella proposta che rovescia tutto l’esistere: “incontrare Gesù come una Persona viva”.
L’incontro suppone di potersi guardare in volto, fissare gli sguardi senza essere scrutati o esaminati ma accolti per quelli che siamo, non riservandosi angoli oscuri, in cui sia custodita idea o progetto diverso da quello che Gesù stesso propone. È necessario un atto denso di gravità gioiosa: “Lasciarsi coinvolgere totalmente da Lui e dal suo Vangelo”. In una sola parola, troppo spesso edulcorata dagli insipienti (quelli esclusi dalla folla o quelli cui il tornaconto garba molto?) ma estremamente reale: “la fede”.
Il popolo d’Israele conservava viva memoria del suo peregrinare nel deserto e del miracolo della manna (se volete insipida ma che pur sempre riempiva lo stomaco) per non ricordarsene. La manna si raccoglieva, si toccava, dono di Dio certamente ma…qui? Qui è Lui, “la Parola vivente del Padre”, che “non dona qualcosa, dona Se stesso”.
Dobbiamo allora lasciare le nostre case e metterci in cammino fra dune e solleone? Dobbiamo riproporre la traversata del deserto perché la nostra fame di senso dell’esistenza, di cuore che pulsa e di stomaco che tace, diventi normalità quotidiana? No. Non è la nostra azione, proiettata in tutti i suoi possibili sviluppi, che viene implicata, quanto invece viene sollecitata è la nostra persona perché “nell’incontro con Lui incontriamo il Dio vivente”.
In un incontro che ci appaga per sempre e ci sostiene nel deserto della vita perché è “dono dell’amore di Dio… opera di Dio da chiedere e accogliere”.
Per noi folla e tutti coloro che folla ancora non sono, ma tutti folla e non-folla, già sollecitati dal Pane vivo.