POLITICA ED ESTATE
Sul piano nazionale e su quello internazionale i problemi da risolvere non consentono ferie tranquille
L’estate è fatta per porre i problemi politici, molto più che per risolverli. Non smentisce questo vecchio adagio la discussione in corso.
Ne sono emersi due, sull’intreccio del piano nazionale ed europeo, mentre il medio Oriente continua, nel groviglio siriano, a mostrare tutte le sue drammatiche ed esplosive contraddizioni.
Il tema interno è l’assetto delle future alleanze. Siamo alle provocazioni, per saggiare i diversi schieramenti e soprattutto le reazioni di un’opinione pubblica che si mantiene distante, disinteressata e critica di fronte alle evoluzioni dei partiti e degli aggregati più o meno espliciti, in vista delle elezioni politiche, che restano in calendario alla naturale scadenza, e di quelle presidenziali, che le seguiranno a ruota e rischiano di risultare forse ancora più significative.
D’altra parte è ovvio che, più il dibattito è intricato, contraddittorio e soprattutto astratto, tutto centrato sulle persone e sulle combinazioni, più argomenti si offrono al variegato mondo della protesta.
In realtà le vere questioni (quelle economico-finanziarie) sono per il momento affrontate e risolte per decreto.
Proprio qui si innesta il secondo tema, l’architettura istituzionale e i rapporti di forza in Europa, in particolare in Eurolandia, cioè all’interno del sistema-euro in continua fibrillazione. Il famoso spread in realtà appare sempre di più una sorta di tassa, che i paesi meno virtuosi devono rassegnarsi a pagare. Uscire da questo circuito che alimenta depressione, comporta, accanto all’iniziativa finanziaria, un adeguato quadro politico, una grande iniziativa politica.
Si spiegano anche così le polemiche sollevate da un’intervista di Monti allo Spiegel. Criticando duramente un passaggio dell’ampia conversazione del presidente del consiglio italiano, dalla Germania è venuta una forte rivendicazione del ruolo dei parlamenti nazionali – e prima di tutto di quello tedesco, secondo anche l’indicazione del Tribunale costituzionale federale – nel processo decisionale europeo. In realtà le diffidenze nei riguardi di una tecnocrazia trasversale e non responsabilizzata, e per questo inconcludente, sono ben radicate in tutti i paesi dell’Unione: hanno di fatto accompagnato tutta la storia delle istituzioni europee, nate nel 1952 con la Comunità del carbone e dell’acciaio. Tuttavia il corrispettivo della polemica contro la tecnocrazia, cioè la cruciale, connessa questione del rafforzamento della dimensione politica e rappresentativa dell’Europa resta – fin dal fallimento della Comunità politica europea, che si consuma poco più di due anni dopo la creazione della Ceca, – ancora priva di una soluzione. Continuiamo a procedere insomma in un quadro non adeguato ormai alle sfide del sistema globale. Di qui il paradosso. Tutti gli attori istituzionali sono consapevoli che una nuova architettura è necessaria, ma tutti sono troppo deboli per avviare il processo. E il nostro futuro – tra polemiche di vario livello – resta incerto.