OLIMPIADI-DOPING
Alex Schwazer: un atleta è grande anche quando perde ma non quando inganna se stesso e gli altri
Era tutto troppo bello. Sì, forse a livello di medagliere per l’Italia ci sono state edizioni più memorabili, ma l’atmosfera olimpica, il clima gioioso di festa che si respirava a Londra e che, come per magia, entrava anche un po’ nelle nostre case, irrorate dalle prodezze di atleti meravigliosi, ora è svanito quasi completamente.
Il gesto isolato di un ragazzo, peraltro già olimpionico a Pechino (è un aggravante, non un attenuante) ha creato l’effetto boomerang, facendoci rivivere il solito clima da corrida a cui siamo tristemente abituati durante l’anno: scandali, polemiche, accuse incrociate e soprattutto il fantasma del doping, autentico moloch dei tempi moderni, che ogni tanto ci si illude di aver sconfitto, ma poi si ripresenta puntuale, dal ciclismo, al nuoto, fino all’atletica, nelle gare che contano.
“Pizzicato” quasi subito da analisi a sorpresa del luglio scorso, Alex Schwazer oggi è un uomo distrutto, subito reo confesso: ha rovinato l’immagine di un’atleta che sembrava indistruttibile dopo l’oro cinese di quattro anni fa sui 50 km, tornato rovinosamente sulla terra portandosi dietro le macerie dello sport italiano. Certo, il Coni ha subito preso le distanze, i nostri dirigenti sono stati molto tempestivi nel distinguere il marcio rispetto alle tante belle storie accadute sul suolo inglese in questi giorni, ma l’impressione è che la ruggine sparsa a piene mani dal carabiniere altoatesino abbia fatalmente inquinato anche gli ingranaggi della spedizione italiana ai Giochi 2012.
“Volevo essere più forte”, ha confessato l’atleta dopato al suo allenatore appena la notizia dello scandalo ha cominciato a circolare. “Non hai scuse”, gli ha ribadito Michele Didoni, il trainer che lo ha seguito sempre in questi anni e che ora si sente doppiamente tradito. Un gesto quasi disperato il suo, da uomo che non voleva arrendersi al passare degli anni, ai riscontri cronometrici che non erano più quelli che lui sperava di ottenere, dal miraggio di bissare un’altra medaglia anche a costo di subdole scorciatoie. Per gli altoatesini Alex era un simbolo, l’uomo di un’integrazione mai facile, colui che da portabandiera ai Giochi di Pechino aveva sancito una sorta di “pax tirolese” nel segno del tricolore. Tutto svanito, annullato, e ora qualcuno solleverà dubbi persino su quell’impresa di quattro anni fa: come si fa presto a rovinare tutto! Ti alleni per anni duramente, superando peraltro un’infinità di test antidoping, raggiungi la vetta, e poi da lì non vorresti più scendere.
Il presidente del Coni, Gianni Petrucci, ha insistito molto in questi giorni sul concetto di “cultura della sconfitta”, quel sentimento di lealtà e cavalleria che dovrebbe permettere ad ogni atleta, sulle orme di De Coubertin, di riconoscere le doti e le qualità dell’avversario. Ma per Schwazer l’avversario, anzi il suo ossessionante nemico non era un atleta, bensì il tempo che passava: voleva fermarlo a ogni costo, fissare quell’immagine sovrapponendo il trionfo di Pechino a quello di Londra. Come Dorian Gray ha giocato la sua tragica partita, perdendo tutto: il guaio è che ancora una volta la macchia di uno solo rischia di ripercuotersi su un intero Paese.
Leo Gabbi
La marcia è finita
Escluso dai Giochi di Londra perché positivo all’Epo
La marcia di Alex Schwazer finisce nella polvere. Un test anti doping a sorpresa, effettuato il 30 luglio scorso a Oberstdorf, in Germania, dove si stava preparando per partecipare ai Giochi olimpici di Londra, rivela quella che è la più tremenda delle cadute per uno sportivo: doping.
“Volevo essere più forte per queste Olimpiadi. Ho fatto un errore. La mia carriera è finita”. Ai cronisti che lo riescono a raggiungere preferisce non dire come si sente, ma al tempo stesso non si tira indietro nell’assumersi tutte le responsabilità di quanto accaduto. “Ho fatto tutto di testa mia e per questo motivo mi assumo tutte le responsabilità”.
In due ore il Coni lo ha escluso dai Giochi. “Abbiamo preso una decisione difficile – ha spiegato in conferenza stampa il presidente Petrucci – ma non siamo degli eroi. Ho sempre detto che è meglio avere qualche medaglia in meno ma più pulizia”.
Il marciatore di Vipiteno è l’ultima vittima (in ordine di tempo) del “ti piace vincere facile?”, tormentone che ci accompagna con un jingle accattivante e che, in questi ultimi anni, ha promesso, su più fronti, innumerevoli illusioni, ma alla fine dei giochi ha garantito solamente tremendi fallimenti. E così il desiderio di “essere più forte” ha distrutto anni di sacrifici e di allenamenti, di chilometri percorsi versando lacrime e sudore, confrontandosi quotidianamente con i propri limiti.
Non giriamoci attorno: Schwazer ha sbagliato. Lo ha ammesso lui stesso, senza ricorrere a scorciatoie. L’errore è chiaro. È sotto gli occhi di tutti.
Il doping, prima ancora che allo sport, fa male alla persona e all’uomo. Avvelena il sangue prima e la mente poi. Non stanchiamoci di ripeterlo, costantemente e con convinzione, soprattutto alle giovani generazioni. Non permettiamo che trovi spazio l’illusione che una qualche sostanza chimica possa cancellare il limite con cui, quotidianamente, ogni sportivo (e ogni uomo) è chiamato a confrontarsi. È dal confronto quotidiano con il proprio limite, infatti, che si vincono le gare della vita, che si cresce, come sportivi e come persone.
Per vincere a Londra, Schwazer non aveva bisogno di doparsi. Ne è certo Franco Arese, presidente della Fidal. “È uno che si è sempre allenato duramente, ha sbagliato e per questo sarà punito severamente. Nello sport – commenta – non si può barare”. Così come nella vita.
Di fronte all’errore, su cui non si discute, non dimentichiamoci però la persona. Perché per un errore si può cadere nella polvere, ma la persona dalla polvere si può rialzare. Più forte e adulta di prima. E nella polvere rimane solo l’errore. È questa la marcia più impegnativa, che attende ora Schwazer. Una sfida, questa, che va affrontata con ancora maggiore determinazione e forza della 50 km che lo avrebbe visto impegnato, tra qualche giorno, sulle strade di Londra.
Irene Argentiero