50° CONCILIO
La centralità della figura di Cristo “motore” del Vaticano II
L’avvicinarsi del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Vaticano II sta già dando frutti copiosi, e molti altri ne lascia intravvedere, in ordine alla ripresa, all’approfondimento e talora al "rilancio" degli insegnamenti derivanti dall’evento conciliare. Del resto, come ha ricordato ancora di recente papa Benedetto XVI in un messaggio alla Chiesa di Francia, "il Concilio Vaticano II è stato ed è un autentico segno di Dio per il nostro tempo. Se sapremo leggerlo e accoglierlo all’interno della tradizione della Chiesa e sotto la guida sicura del magistero, diverrà sempre più una grande forza per il futuro della Chiesa" (24 marzo 2012).
Un punto fermo. Uno dei primi elementi da considerare riprendendo in mano i testi promulgati dal Concilio 4 costituzioni (Sacrosanctum Concilium, Dei Verbum, Lumen Gentium, Gaudium et Spes), 9 decreti e 3 dichiarazioni e i discorsi dei pontefici in varie fasi dei lavori, è la centralità di Cristo, Parola fatta carne, sorgente e pienezza della vita di fede, Dio-uomo che si incammina con l’umanità sulle strade della storia. Questo punto fermo, che spiega il senso dell’essere "cristiani", è riscontrabile in una molteplicità di passaggi contenuti nei documenti scaturiti dalle riflessioni dei padri conciliari fra l’avvio del Vaticano II, l’11 ottobre 1962 e la sua chiusura, datata 8 dicembre 1965.
Immettere energia. È quanto emerge con vivida freschezza scorrendo ad esempio le pagine della costituzione Dei Verbum sulla divina rivelazione, oppure della Sacrosanctum Concilium sulla liturgia. Ma il concetto è già pienamente espresso nella Humanae Salutis, costituzione apostolica per l’indizione del Concilio, firmata da papa Giovanni XXIII il 25 dicembre 1961. Vi si legge: "In questo nostro tempo la Chiesa vede la comunità umana gravemente turbata aspirare ad un totale rinnovamento. E mentre l’umanità si avvia verso un nuovo ordine di cose, compiti vastissimi sovrastano la Chiesa, come sappiamo avvenuto in ogni più tragica situazione". In tale contesto che, a ben pensare, resta mezzo secolo dopo di assoluta attualità si richiede alla Chiesa "di immettere l’energia perenne, vivificante, divina del Vangelo nelle vene di quella che è oggi la comunità umana, che si esalta delle sue conquiste nel campo della tecnica e delle scienze, ma subisce le conseguenze di un ordine temporale che taluni hanno tentato di riorganizzare prescindendo da Dio". Una realtà che, pur generando "dolorose cause di ansietà", non deve scoraggiare chi afferma di credere nel Gesù evangelico: "Noi invece amiamo riaffermare la nostra incrollabile fiducia nel divin Salvatore del genere umano, che non ha affatto abbandonato i mortali da lui redenti. Anzi, seguendo gli ammonimenti di Cristo Signore che ci esorta ad interpretare i segni dei tempi’ (Mt16,3), fra tanta tenebrosa caligine scorgiamo indizi non pochi che sembrano offrire auspici di un’epoca migliore per la Chiesa e per l’umanità".
Non altra luce. Questa lettura severa eppure fiduciosa operata da papa Roncalli, fondata sulla "roccia" che è Gesù, viene ribadita da papa Paolo VI, eletto al soglio pontificio alla scomparsa di Giovanni XXIII in pieno svolgimento del Concilio. Nel discorso in apertura della seconda fase dei lavori dell’assemblea dei vescovi riunita in San Pietro a Roma, pronunciato il 29 settembre 1963 (documento intitolato Salvete Fratres in Christo), Montini afferma: "Questa nostra assemblea qui radunata non brilli d’altra luce se non di Cristo, che è la luce del mondo; i nostri animi non cerchino altra verità se non la Parola del Signore, che è il nostro unico maestro; non preoccupiamoci d’altro se non di obbedire ai suoi precetti con una sottomissione fedele in tutto; non ci sostenga altra fiducia se non quella che corrobora la nostra flebile debolezza, perché si fonda sulle sue parole: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20)". Poco oltre il pontefice, dopo aver sottolineato che "Cristo è il nostro creatore e il nostro capo, non visibile con gli occhi ma vero", può, proprio alla luce di tale certezza, esplicitare "gli scopi primari di questo Concilio", che riassume "in quattro punti": "la definizione o, se si preferisce, la coscienza di Chiesa, la sua riforma, la ricomposizione dell’unità tra tutti i cristiani e il dialogo della Chiesa con gli uomini contemporanei".
Al centro di ogni pensiero. La Chiesa attraversa e condivide le vicende del mondo per ottemperare alla sua missione evangelizzatrice proprio rimettendo al centro di ogni suo pensiero, di ogni sua azione, il Gesù narrato dagli evangelisti e consegnato alla storia per portare gli uomini verso il Padre. La "continuità" e la "novità" del Concilio, attorno alle quali si dibatte da cinquant’anni, risiedono entrambe nella continua novità insita nella stessa figura di Cristo, il quale crea, accompagna, guarda con simpatia e "fa nuove tutte le cose".
(08 agosto 2012)