CATTOLICI E ORTODOSSI

Un ponte tra Polonia e Russia

Un messaggio di riconciliazione che si fonda su un giudizio equo della storia e sul perdono

“Un passo verso la riconciliazione tra polacchi e russi” così il comunicato della Conferenza episcopale polacca (Kep) definisce il messaggio ai popoli polacco e russo che sarà sottoscritto il 17 agosto a Varsavia dal patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Kirill, e dal presidente della Kep, mons. Jozef Michalik, arcivescovo di Przemyśl.

Diventare più credibili. Mons. Henryk Muszynski che sin dall’inizio si è speso per l’avvicinamento tra il Patriarcato di Mosca e la Chiesa cattolica polacca, consiglia “prudenza” a coloro che vorrebbero vedere nel messaggio comune “una svolta”. Il documento è “piuttosto un principio”, dice, auspicando che il messaggio “possa essere l’inizio di una positiva testimonianza d’amore fraterno da parte delle nostre Chiese” poiché, aggiunge, “bisogna che nonostante tutte le persistenti differenze, attraverso una comune preghiera rivolta allo Spirito Santo, diventiamo più credibili nei confronti dei nostri fedeli e del mondo che ci circonda”.
“Spero che la Chiesa cattolica in Polonia e la Chiesa ortodossa russa possano compiere quest’importante missione affidata loro da Cristo”, si augura mons. Stanislaw Budzik, spiegando che lo scopo del messaggio ai due popoli è definito nella seconda Lettera di San Paolo ai Corinti (riportata anche nel documento) “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”. “L’ufficio della riconciliazione è molto importante”, chiarisce, ricordando le parole di Benedetto XVI in occasione dell’annuncio dell’Anno della Fede. Mons. Budzik è convinto che questo evento, scaturito "dal profondo del cristianesimo", sarà "davvero importante e porterà dei buoni frutti in futuro”.

Superare le barriere storiche. “Su ognuno dei due popoli grava la propria storia” spiega mons. Muszynski che, raccontando alcune fra le difficoltà emerse durante la stesura del documento, osserva come qualche volta l’amore è “inversamente proporzionale” alla vicinanza geografica: “È molto più facile amare qualcuno che è lontano che non il vicino di casa poiché i problemi quotidiani diventano spesso i più importanti”.
Mieszko I, storicamente il primo sovrano della Polonia nel 966, con la sua conversione e quella dei suoi sudditi al cristianesimo di rito latino e la creazione del primo vescovato a Poznań, fece entrare i polacchi nell’ambito della cristianità occidentale. Qualche anno dopo, nel 988, il Gran Principe di Kiev Vladimir I si convertì al cristianesimo di rito bizantino. Le relazioni tra la cattolica Polonia e la Russia ortodossa ebbero nel corso della storia alterne fortune. A questo proposito mons. Muszynski precisa che “le discussioni di oltre due anni hanno dimostrato che per quanto riguarda le vicende storiche è molto difficile raggiungere una posizione comune e che è necessario un gigantesco lavoro svolto insieme da esperti di entrambi i Paesi”. “Alcune esperienze comuni come i totalitarismi – prosegue – in un certo senso ci hanno avvicinato, ma al contempo ci hanno diviso ancora di più”. Il presule rileva che i polacchi parlano di due totalitarismi: tedesco nazista e sovietico comunista mentre “la controparte non è solita mettere sullo stesso piano il totalitarismo nazista e il comunismo”.

La memoria di un’oppressione. Mons. Josef Michalik, presidente della Conferenza episcopale polacca e vicepresidente del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee), facendo memoria degli anni della sua infanzia racconta che, essendo nato nel 1941 nella Polonia occupata dai nazisti, suo padre ricordava ancora i tempi in cui quella parte del Paese (a seguito della spartizione dell’intero territorio nazionale tra Russia, Prussia e Impero austro-ungarico avvenuta nel 1795 e terminata con la rinascita della Polonia con il Trattato di Versailles nel 1918) era sotto il dominio di Mosca che in tutti i modi cercava di sradicare la lingua e le tradizioni nazionali polacche. “È sempre viva – aggiunge mons. Michalik – la memoria dei trasferimenti forzati in Siberia di patrioti polacchi che costituiscono un drammatico capitolo nella storia delle relazioni tra la Russia e la Polonia, e non si possono dimenticare le deportazioni dei polacchi nei gulag stalinisti ordinate dalle autorità moscovite; e tuttavia, leggendo le memorie dei deportati e dei prigionieri, possiamo capire che i polacchi hanno condiviso le sorti di molti russi”.

Il massacro di Katyn. L’arcivescovo cita il massacro di Katyn perpetrato su oltre 20 mila ufficiali polacchi dalla polizia sovietica, la cui memoria è oggi tanto più viva quanto era bandita dalle autorità comuniste della Polonia assoggettata all’Urss. Ma proprio nella Chiesa ortodossa di Katyn, che il patriarca Kirill ha consacrato di recente, vi è anche l’effige di un sacerdote ortodosso di origine polacca trucidato insieme ad altre vittime, russe e polacche, dal totalitarismo sovietico. L’ateizzazione forzata introdotta dal regime comunista, come in questi giorni ha ricordato l’arcivescovo ortodosso di Breslavia e Stettino (entrambe città polacche) Jeremiasz, solo negli anni 1917-1940 (e cioè fino all’invasione dell’Urss da parte del III Reich) ha portato all’uccisione di più di 250 mila sacerdoti, mentre l’intero apparato dello Stato per oltre 70 anni era impegnato a distruggere la Chiesa e sradicare la fede. “Le persecuzioni del regime sovietico furono, di fatto, le più crudeli di tutta la storia del cristianesimo”, chiosa l’arcivescovo ortodosso.

La strada indicata dalla Chiesa. “Come vescovi, visto che manca un’interpretazione univoca degli stessi eventi storici, diversamente interpretati da ambo le parti, possiamo soltanto cercare di tracciare la strada che porti al ravvicinamento, ad una migliore comprensione reciproca, al ripristino di una reciproca fiducia”, ribadisce mons. Muszynski, aggiungendo che “senza la fiducia non si può parlare di riconciliazione che poi non è possibile senza un giudizio equo sulla storia, e senza perdono”. “Tutto questo costituisce un compito per molti anni a venire, osserva, ma il ruolo della Chiesa in quel processo è insostituibile” e “non lo possiamo affidare ai politici, poiché loro non hanno degli strumenti adatti”.