OLIMPIADI

Arrivederci a Rio

Una chiusura spettacolare che non sempre ha tenuto conto del messaggio dello sport

Difficile restare indifferenti alla tonitruante e coloratissima cerimonia di chiusura dei XXX Giochi Olimpici. Londra 2012 ha chiuso i suoi 17 giorni fantasmagorici tra fuochi d’artificio (ormai quasi un obbligo) e una miriade di cantanti vivi e alcuni morti con il ricordo della loro voce. Diverse rappresentanti del mondo della moda e della bellezza albionica hanno cercato di far dimenticare al pubblico mondiale le orride divise viola con fusciacche multicolori dei valletti e vallette delle premiazioni, colore viola presente in ogni dove nella capitale britannica. Uno show che fa seguito al caleidoscopico spettacolo dell’inaugurazione: quello aveva posto l’accento sull’evoluzione della cultura e sulle peculiarità sociali e umane della Gran Bretagna, questo si è concentrato sugli aspetti forse più effimeri della musica, dello show business, della drammaturgia, con alcune scelte opinabili. Come, ad esempio, in un consesso di sportivi che dovrebbero rappresentare la salute e la lotta al doping, avere tra i fulcri dello spettacolo personaggi a dir poco equivoci del mondo della musica e della moda noti utilizzatori di droghe varie, quasi a voler sancire una frattura tra la testimonianza di esaltante vitalità dello sport e la cupa realtà della nostra società, ormai cieca ai richiami alla moderazione ed al rifiuto della logica della morte. Il sacro fuoco di Olimpia, che abbiamo visto spegnere dopo che era stato spostato (sì, va bene, gli organizzatori han detto che è rimasto acceso in un torcione…) da dove era stato originariamente acceso nello Stadio Olimpico, gli otto minuti dedicati a Rio de Janeiro che ospiterà i Giochi del 2016, con tanto di Pelé, samba e piumini e lustrini di stereotipata immagine, hanno fatto cornice alla festa degli atleti, unici veri attori di questo immenso spettacolo: sono state le grandi imprese di tutti gli atleti che hanno onorato con la loro fatica, gioia, dolori, lacrime e giubilo Londra 2012 la vera icona di questa festa dell’umanità intera. Rimarrà nella memoria dei Giochi la falcata di Bolt e il sorriso della Di Francisca, resteranno le nuotate di Phelps o la gioia irrefrenabile di Pistorius con le sue protesi nella finale della 4×400 di atletica, e i veli delle ragazze islamiche per la prima volta concorrenti donne a tutti gli effetti per i loro Stati confessionali, oltre l’abbraccio tra il lottatore statunitense e quello iraniano, con la stretta di mano tra i pongisti del Nord e Sud Corea. Ogni Stato degli 85 che ha vinto almeno una medaglia di bronzo, ogni singolo atleta che ha calcato i campi di gioco, i percorsi su strada e su acqua ha onorato i Giochi: forse c’è stata un po’ di partigianeria british, alcuni predestinati hanno deluso e dei carneade hanno vinto. Ma quante lacrime di gioia e di dolore si sono intrecciate, quante mani si sono strette, quante urla di liberazione dopo lo sforzo si sono alzate in cielo. Sono passate in secondo piano le tensioni politiche, le invidie e le antipatie umane, travolte dall’entusiasmo per la vittoria e dall’amarezza della sconfitta. Anche alcune ingiustizie delle giurie o alcuni atleti sleali non hanno intaccato il successo di Londra 2012. Ora restano le domande ed i consuntivi degli organizzatori e del Comitato Internazionale Olimpico: Londra si interrogherà sulla ricaduta economica e sul ritorno di immagine, il Cio a breve dovrà eleggere il nuovo presidente. E se fosse una Presidentessa, che partirebbe verso Rio da questi che son stati Giochi di grande impatto femminile, dando seguito alla lotta per l’uguaglianza assoluta in ambito sportivo olimpico e sociale tra uomo e donna? Sarebbe una sfida eccezionale! la vera risposta dello sport alla richiesta della società mondiale di uguaglianza tra tutti gli esseri umani senza distinzione di sesso, religione, cultura. Il testimone passa agli atleti delle XIV Paralimpiadi, sempre a Londra dal 20 agosto al 9 settembre. Oscar Pistorius, privo di entrambe le gambe, che corre grazie a due protesi che non gli danno alcun vantaggio rispetto ai corridori sani (altrimenti avrebbe vinto le sue gare…) che dopo aver partecipato con onore ai Giochi Olimpici di Londra parteciperà alle Paralimpiadi, dove potrà vincere ma anche esser sconfitto: sulle sue protesi, sulla sua forza di volontà e sui suoi sogni si appoggiano migliaia di atleti come lui, semplicemente uomini, donne, atleti, in tutto e per tutto pronti a condividere il motto Citius Altius Fortius, più veloce, più in alto, più forte.

Massimo Lavena


Una lezione di speranza

Riflessioni allo spegnimento della fiaccola olimpica

"Siamo nel G8 dello sport", il presidente del Coni Gianni Petrucci si adegua ai tempi e usa una metafora politica, come a dire che nello sport siamo una grande potenza. La globalizzazione è anche questa, mica solo geografica, ma lessicale, ci dobbiamo adeguare, anche se, a guardare la cerimonia d’addio a Londra 2012, qualche altra riflessione bisogna pur farla: lo spettacolo prova a fondersi con lo sport, la musica british con la fatica dei maratoneti, l’esplosione di luci e fuochi con l’atto supremo della gara olimpica che mette a rischio o esalta la preparazione metodica e faticosa di quattro anni. Petrucci aveva raccomandato ai nostri moderazione e compostezza per rispetto al momento cruciale che il nostro Paese, e con esso tutto l’occidente, sta vivendo. Bene, questo gli fa onore, perchè richiami del genere servono a non perdere di vista la realtà complessiva, rispettando comunque l’alterità dello sport. Però la cerimonia finale è stata improntata al colpo di scena nel colpo di scena, nel voler stupire a tutti i costi, ad una sorta di horror vacui, di compulsivo tentativo di riempire ogni pausa –che la festa finisca più tardi possibile!- , in una sorta di inconsapevole riproposizione del carnevale medioevale, che interrompeva la pesantezza del lavoro nei campi e la rigida separazione in caste e permetteva per un attimo la mescolanza, l’ebbrezza, il rovesciamento. Di fronte allo spegnimento della fiaccola olimpica, accompagnato dalle chitarre e dalle voci dei gruppi che hanno fatto una parte della storia della musica pop degli ultimi trent’anni, dai volteggi di interi corpi di danza, dalle possenti ugole di celebri e serissimi cori, è venuto in mente proprio un titolo very british, "All things must pass", il più bell’album solista del compianto beatle George Harrison, uscito nel 1970, preludio di un’altra fine, quella dei Beatles, annunciata proprio quell’anno. "Tutte le cose devono finire", sembravano dire i lucciconi di alcuni, la frenesia di ballare, correre e stordirsi un po’ degli atleti, i titoli di coda che scorrevano sulle piccole fiaccole che una ad una si spegnevano, dopo aver alimentato per tanti giorni la super-fiaccola olimpica. Ma dopo aver pagato il tributo alla tristezza per ciò che se ne va e alla saggezza della tanto esacrata musica pop, dobbiamo farci qualche conto in tasca, e non solo in senso puramente economico. Iniziamo proprio dagli atleti che si sono scatenati durante la cerimonia finale, e che hanno rappresentato la faccia sana dello sport: visi raggianti, smorfie davanti alle telecamere, sorrisi, mordicchiamenti delle medaglie in perfetto stile Nadal (un altro grande campione, stavolta del tennis, che deve tutto alla cocciutaggine e al sacrificio di durissimi allenamenti, che ha molto da insegnare ai giovani), il che ha reso meno penoso l’addio a Londra ’12; non solo, ma grazie al successo della manifestazione –che secondo alcuni esperti sta ripagando ampiamente delle spese e degli sforzi sostenuti, aumentando le recriminazioni sul nostro ritiro dalla candidatura per il 2020- ora in Inghilterra si sta parlando molto, anche in sede politica, dello sport nella scuola. Si è capito che l’educazione fisica non è solo una perdita di tempo, ma una possibilità in più per la formazione della persona e per la "costruzione" di atleti; molti di questi hanno mostrato, con i loro sforzi e le loro fatiche, che la classe pura non è tutto e non sempre basta, e che talvolta anche persone normalissime, con il sacrificio e l’allenamento possono diventare idoli olimpici che resteranno nella storia. Il brutto anatroccolo che diventa un maestoso cigno non è solo una favola dalla quale sono rampollati tanti film di riscosse esistenziali da parte di apparenti perdenti, ma è una verità: Pistorius che corre con le protesi alle Olimpiadi è solo l’aspetto più eclatante di una realtà in cui la forza di carattere, l’abnegazione, l’allenamento possono talvolta più del talento puro. È questo un incoraggiante segnale che ci proviene anche da Londra: lo sport insegna la speranza a tutti, davvero tutti.

Marco Testi