LIBANO
Fermo monito dei vescovi maroniti sul futuro socio-economico del Paese
Un appello per fare fronte alla "pericolosa piega che sta prendendo la situazione socio-economica libanese sempre più vittima di dispute politiche e che rischia di dare vita ad una svolta confessionale che si allontana dal quadro delle leggi e delle norme. Davanti a tutto ciò prevale uno stato di impotenza a livello di decisioni politiche che porterà il Libano verso una fase nebbiosa che minaccia lo Stato di fallimento, qualora dovessero continuare approcci parziali e spirito irresponsabile". Netta e chiara la denuncia dei vescovi maroniti che, il 1° agosto hanno tenuto il loro incontro mensile a Diman, sotto la presidenza di Bechara Boutros Rai, patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente. Il Libano rischia la bancarotta ed i presuli maroniti ribadiscono tutto il loro impegno, e quello della Chiesa, "a favore dei cittadini, tutti, in special modo quelli poveri e deboli". "Affrontare i problemi prima che sia troppo tardi" è il grido dei vescovi che si rivolgono in primis all’opinione pubblica libanese affinché prenda coscienza del suo ruolo nell’esercizio del diritto democratico per chiedere a tutti i leader di adempiere alle loro responsabilità per rendere servizio ai cittadini e preservare il paese. In caso contrario lo Stato del Libano andrà in bancarotta morale, materiale e giuridica. Un appello significativo e pressante che arriva a poco meno di due mesi dall’arrivo in Libano di Benedetto XVI per la consegna dell’Esortazione post sinodale per il Medio Oriente.
La realtà dell’economia libanese. Nel loro comunicato finale, diffuso in questi giorni dal Patriarcato maronita, viene tratteggiata la situazione socio-economica in Libano, dal 1975 ad oggi, definita "estremamente difficile" e passibile di aggravamento vista "l’incapacità e la mancanza di visioni globali per la soluzione". A pesare, secondo i presuli, "nell’era della globalizzazione e dell’interdipendenza delle economie dei diversi paesi, è la volatilità del prezzo del petrolio, che si ripercuote nei diversi settori economici in Libano". Ne conseguono "oneri aggiuntivi sui costi di produzione di energia" nel Paese dei Cedri al presente e nel futuro. I dati forniti dai vescovi sono chiari: la produzione di energia elettrica minaccia l’economia nazionale, con il 20% del budget annuale statale e contribuendo a circa il 65% del disavanzo, e le tariffe possono aumentare ogni anno. L’impatto del problema è evidente sulle produzioni industriali e agricole che perdono la loro competitività anche a causa di calamità naturali e dei disordini che infuriano nella regione". Lo stesso discorso vale per il terziario. Altro "grave problema" ravvisato dall’assemblea dei vescovi, è quello dell’accumulo del debito pubblico con la necessità per lo Stato di ottenere prestiti, anno dopo anno, necessari a coprire gli interessi generati da questo debito. In concreto la mancanza di fondi per la crescita del Paese ha, di fatto, generato un’economia stagnante permanente". Le previsioni dei vescovi, che citano esperti di economia, vedono "per il 2016 un aumento del 33% del debito pubblico che così raggiungerà circa 80 miliardi di dollari Usa, con un rapporto debito/Pil che passerà dal 140 al 170% facendo vacillare il paese alla stregua di nazioni più ricche come Grecia, Italia ed altri". Gli effetti della crisi sono notevoli per i cittadini che devono fare fronte "a costi sempre maggiori di riscaldamento, di beni materiali e servizi, con un potere di acquisti che diminuisce giorno dopo giorno". Una situazione che sta portando alla scomparsa della classe media, all’aumento del numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, alla crisi del lavoro e all’emigrazione". Insomma,il rischio default per lo Stato libanese è dietro l’angolo come testimoniato anche dalla sua incapacità di pagare debiti nei confronti di istituzioni pubbliche e private, dalla incapacità di sviluppare le infrastrutture, dal timore di non essere in grado di pagare gli stipendi, pensioni o indennità".
Le cause della situazione. Tra le cause alla base di questa situazione, ravvisate con chiarezza dai vescovi, vi sono le guerre, le occupazioni, lo spostamento delle popolazioni che il Libano ha vissuto sin dal 1975 e che colpiscono l’economia nazionale. A questi problemi se ne aggiungono altri come l’adozione di "carenti politiche economiche che hanno trascurato i settori produttivi che sono alla base dell’economia reale e che hanno considerato facile indebitarsi per coprire il deficit di crescita". Responsabilità viene addossata anche alla divisione politica, alla mancanza di rispetto delle regole democratiche e alla corruzione dei corpi statali, che "ha portato allo spreco di risorse pubbliche", ritenendo lo Stato una "mucca da mungere".
Possibili soluzioni. Lungi dal fornire indicazioni tecniche, che "spettano solo agli esperti", i vescovi si fanno promotori di alcune possibili proposte volte al miglioramento della crisi: "rivalutare il ruolo di regolatore dell’economia dello Stato, rilanciare il partenariato tra settore pubblico e privato per favorire investimenti nelle infrastrutture, attivare un piano quinquennale per ridurre il debito, creare un “fondo speciale” per gestire il debito pubblico, snellire la riscossione di imposte e bollette. Non manca, infine, un’esortazione al settore bancario, la cui solidità finanziaria costituisce un motivo di orgoglio nazionale, a vigilare e razionalizzare il suo credito verso lo Stato, per non compromettere il risparmio popolare, evitando le crisi del debito sovrano che colpiscono alcuni Paesi dell’Asia e dell’America Latina".