ANGELUS

Un’intelligenza che scuote

Benedetto XVI sul ”senso del miracolo” svelato da Gesù

Il miracolo, realtà constatabile di un fatto che supera le leggi della natura, la normalità del vissuto, ancora non basta, aver “dato da mangiare a migliaia di persone con soli cinque pani e due pesci”, ancora lascia in superficie. Papa Benedetto, all’Angelus di oggi, ha voluto condurci più a fondo, a quel momento in cui “Gesù svela il senso di quel miracolo”.
Perché? Perché solo con il suo significato preciso e lampante, tutto si chiarifica o… si oscura.
Come sempre è l’intelligenza della persona, il suo sentire personale a diventare la chiave interpretativa e risolutiva dell’esistenza.
Il momento prescelto si dimostra centrale perché, in quel preciso istante, “il tempo delle promesse è compiuto”. Questa compiutezza che non è un fatto storico, un evento, ma una Persona, lo stesso Gesù che scatena il dramma: la folla ben saziata il giorno antecedente e disposta a riconoscerlo come Messia per “portarlo in trionfo e proclamarlo re d’Israele”, ora gli si oppone, gli crea una sacca di resistenza.
Comprensibile reazione: non è immediato passare dalla manna, frutto della natura, anche se elargito in modo straordinario a Israele dall’Altissimo, al pane, frutto del lavoro dell’uomo, moltiplicato da una sorta di profeta itinerante, al “Pane di vita eterna” che è esattamente e solo Lui, quel profeta che sta davanti e si proclama “il Figlio”.
Gesù non è un avventuriero che vuole abbindolare e rendere dipendenti dal suo volere chi lo ascolta, la sua non è una strategia per ottenere vittoria, insomma non è né ingenuo né un imbonitore, quanto dice “lo pronuncia intenzionalmente”, ben sapendo che la ritorsione non si sarebbe fatta attendere: “Proprio con quel lungo discorso smorza gli entusiasmi e provoca molti dissensi”.
Viene da chiedersi: non gli hanno mai insegnato la dinamica di gruppo? Di certo non aveva il “gobbo” con il discorso ben articolato a sua disposizione. Non lo si direbbe un tipo sventato… eppure le sue parole dividono e accendono gli animi ad una rivolta che conduce all’abbandono della sua sequela.
Sotto l’immagine del pane, l’affermazione è durissima e lacerante, Gesù “afferma di essere stato mandato ad offrire la propria vita, e chi vuole seguirlo deve unirsi a Lui in modo personale e profondo, partecipando al suo sacrificio d’amore”. Né pane né pesci a volontà, né trionfo festoso, né re d’Israele.
La realtà parla d’altro e prelude ad un altro momento di svolta che rimarrà segno permanente nella storia: “Gesù istituirà nell’ultima Cena il Sacramento dell’Eucaristia: perché i suoi discepoli possano avere in se stessi la sua carità e, come un unico corpo unito a Lui, prolungare nel mondo il suo mistero di salvezza”.
In quanti non lo hanno più seguito? Infatti Gesù intendeva “provocare una decisione nei suoi discepoli”. La ha provocata allora e nei secoli a venire, fino ai nostri giorni.
In quanti lo apprezzano, ritengono esemplare la sua vita, altissimi i suoi discorsi, qui però si arenano: come accettare di mangiare il pane e bere il vino, credendoli il Suo Corpo e il Suo Sangue?
Come rinunciare alla conquista di Gerusalemme ed aderire invece alla sorte dei profeti? Tutti ben sapevano (e sappiamo) quale sorte sia loro riservata: in un modo o nell’altro, con mezzi estremi, immediati o lenti, si tratta solo ed esclusivamente di “dare la vita per Dio e per il popolo”.
Non con un proclama in sede di comizio, o in un’esortazione in un banchetto festoso, ma nella cruda realtà, comunque vada e si presenti, del “corpo e sangue offerti in espiazione per la vita del mondo”, del Suo. Non solo però: anche del proprio, se ci si sta.
Quelli che allora lo hanno abbandonato e lo abbandoneranno nel corso della storia, sono ben sicuri di non aver capito? Oppure hanno capito talmente bene e chiaramente da mettersi in salvo prima che la vita si complichi?
Un pensiero razionale, un moto interiore di simpatia, un qualche cosa che scuote, sarà pur passato dentro di loro. Sostanzialmente hanno soffocato la risposta, quell’adesione che, Benedetto XVI, invita ad ascoltare: “Lasciamoci nuovamente stupire dalle parole di Cristo”.
La ritrosia affiora quando siamo toccati sul vivo, tutti ammiriamo i campi che biondeggiano e i covoni gravidi del raccolto, nessuno è disposto a lasciarsi gettare nel solco buio a marcire.
Egli lo ha fatto, “chicco di grano gettato nei solchi della storia”, per donarcene l’esito: siamo diventati, attraverso “la primizia”, una realtà diversa: “L’umanità nuova, liberata dalla corruzione del peccato e della morte”.
È sempre a nostra portata quel Pane in cui celata abita “tutta l’umiltà e la santità di Dio”, il Creatore che diviene “frammento dell’universo”, non per guadagnarsi il regno, la fama, il successo ma “per riconciliarlo interamente nell’amore”.
Quel Pane può stupirci, se lo vogliamo, non smuovendo l’emotività, il sentimentalismo, è un Pane che richiede adesione volontaria, quella che riconosce il proprio solco nella storia e vi si lascia depositare. Apparentemente per marcire, in realtà per fiorire in Lui per tutti, “umanità nuova”.