GIUSTIZIA E DEMOCRAZIA

Un’aspirazione più alta

Mons. Silvano Tomasi (Santa Sede) sulla situazione in molti Paesi

"La frammentazione di istituzioni e della società domina in troppi Paesi e rende difficile l’attuazione della Stato di diritto e di un minimo di coesione che garantisca una coesistenza serena e produttiva. Le democrazie moderne sono caratterizzate da una combinazione di antiche divisioni di classe, dato che ancora oggi vi è un gap evidente tra Paesi e regioni del mondo e, all’interno dei singoli paesi, tra le varie fasce della popolazione". E’ quanto ha sostenuto l’arcivescovo Silvano Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e le Altre Organizzazioni internazionali a Ginevra, intervenendo all’incontro "Esigenza di giustizia alla radice della democrazia" svoltosi oggi nell’ambito del Meeting di Rimini.

Un divario da colmare. "Abbiamo da una parte persone ricche, istruite e tecnologicamente esperte e, dall’altra, altre che sono povere e quasi del tutto tecnologicamente analfabete o che mancano accesso alla tecnologia" ha spiegato mons. Tomasi, per il quale "le implicazioni di tale contrasto hanno un impatto diretto sul funzionamento della democrazia e la coerenza che deve esistere tra i principi di uguaglianza enunciati nelle Costituzioni, il rispetto dei diritti umani e le possibilità di partecipazione alla gestione della cosa pubblica, da parte della collettività". Ampliando lo sguardo alla situazione attuale, l’Osservatore della Santa Sede ha sottolineato come "la sfida al potere nasce dall’esigenza del popolo di voler rispettata la sua dignità, di dar spazio al desiderio di bene e di bellezza, e tradurre in decisioni operative l’inquietudine e profonda intuizione che ci parla del bene al di là di catastrofi, di limiti e di peccati. In maniera più o meno articolata – ha aggiunto – anche i movimenti politici recenti nei Paesi arabi sembrano partiti dal desiderio di lavoro, di possibilità di esprimere i propri talenti, di sognare un futuro umano accettabile e di partecipare alla sua costruzione". Per Mons. Tomasi, "l’aspirazione al bene inietta una dinamica creativa nelle società anche se ancora non completamente democratiche. L’interazione tra libertà, che crea una varietà di scelte, e la giustizia, che attua il bene comune, rimane una sfida". Una sfida aggravata dalla crisi economica che va ad aggiungersi ad altre difficoltà quali "i cambiamenti portati dal pluralismo creato dai flussi migratori, da stili di vita diversi, da un individualismo esasperato, dalla varietà di religioni e di convinzioni. Forte è la tentazione di rispondere a questa realtà con un ripiegamento su di sé". La scappatoia è offerta dalla tecnologia che "integra le persone in un mondo che è limitato a persone collegate tra loro e che risulta indifferente ad altri". I legami di cui si parla, ha avvertito l’arcivescovo, "non sono quelli della fratellanza, o meglio quelli naturalmente sviluppati da un legame fisico o da una storia come la famiglia, un quartiere, una comunità religiosa, una nazione, ma sono, al contrario, dei legami fluidi, flessibili, labili, frutto di ricerca di soddisfazioni immediate, sono elementi che faticano a sostenere una democrazia". Serve allora "un’aspirazione più alta" che passa attraverso la strada del "bene comune" perché "è qui che la giustizia diventa il criterio indispensabile per salvaguardare i diritti di ogni persona e costruire la partecipazione democratica".

A servizio del bene comune. Il compito del legislatore "rispettoso della democrazia" sarà quindi quello di creare "le condizioni che favoriscono la piena attuazione e partecipazione delle persone, delle famiglie, dei gruppi sociali: il potere al servizio del bene comune. Egli traduce la giustizia nel quotidiano in modo che attraverso l’applicazione della sussidiarietà ciascuno riceva il suo e i più deboli partecipino effettivamente nella uguaglianza delle opportunità". Purtroppo tante volte l’esperienza "contraddice la logica dettata dall’essere delle cose, dalla natura della persona, e interessi particolari spaccano il legame con la realtà e costruiscono castelli ideologici da cui si fanno derivare diritti che invece di essere umani a lungo andare distruggono l’uomo". Un altro problema ravvisato da mons. Tomasi riguarda "la riluttanza a parlare della discriminazione religiosa come se l’applicazione dei diritti umani alle persone di fede non avesse lo stesso valore, e non fosse per lo Stato e per la comunità internazionale un uguale dovere, che nei riguardi di ogni altra persona. La convivenza delle religioni nella libertà è un aspetto urgente della vita democratica".

Un test per la democrazia. La religione diventa "un test per la democrazia". Infatti "il diritto per le persone di fede a pronunciarsi su questioni con implicazioni etiche, il diritto ad esprimersi liberamente e ad organizzarsi, a sviluppare e gestire istituzioni che riflettono e applicano il credo religioso, sono tutti elementi che una democrazia giusta deve riconoscere e sostenere". I talenti di ogni cultura, gruppo etnico, religione, contribuiscono, ha ribadito il presule, "all’arricchimento di tutti. La relazione tra libertà, uguaglianza e fraternità va al di là di un’espressione culturale. Una libertà effettiva è collegata alla verità e ai limiti che questa impone per attuare la giustizia. La fratellanza permette alle democrazie di funzionare nel pluralismo attuale". Ed proprio questo "l’input originale" che il Cristianesimo può dare "alla ricostruzione di società democratiche creando uno spazio dove progetti comuni, solidarietà, fiducia nel futuro, vengono realizzati insieme". Una fraternità che "non è solo funzionale ad obiettivi economici e materiali, ma può essere addirittura rivoluzionaria nella sua originalità in quanto dà in maniera effettiva un valore reale ad ogni persona".

A cura di Daniele Rocchi inviato, Sir al Meeting di Rimini