SUD SUDAN
La Chiesa in Paese da un anno indipendente ma ancora duramente provato da povertà e conflitti” “
È passato poco più di un anno dall’indipendenza del Sud Sudan. Tredici mesi in cui l’euforia per la tanto agognata secessione – ottenuta dopo quasi cinquant’anni di lotte – è lentamente evaporata, facendo emergere tutti i problemi di un Paese tra i più poveri al mondo. Rispetto al 2005, data degli accordi di pace, qualche passo in avanti c’è senza dubbio stato, soprattutto nelle città, ma il conflitto politico e diplomatico con il Sudan, unito alla corruzione endemica, sta avendo pesanti ricadute sulla situazione sociale di entrambi i Paesi. Migliaia di persone vivono ancora nei campi profughi mentre nelle aree di confine, in territorio sudanese, continuano i combattimenti. Il Sir ne ha parlato con mons. Rudolf Deng Majak, vescovo di Wau e già presidente della Conferenza episcopale sudanese.
Eccellenza, cosa non ha funzionato in questo primo anno?
"Penso che le difficoltà fossero preventivabili, per questo abbiamo sempre detto alla gente di restare calma ed essere realista. Sono emerse molte fratture anche all’interno della stessa società civile, frammentata in tribalismi e interessi nazionalistici. Dopo decenni di sofferenza la gente aspira alla libertà, ad un miglior governo, ad una società giusta dove regni lo stato di diritto. Una prospettiva condivisa, in linea con la nostra fede cattolica, ma non è chiaro come realizzarla".
Sembra mancare soprattutto una visione politica da parte dei leader?
"La politica del SPLM (il partito al governo ndr) durante gli anni della guerra è stata molto efficace, ma quando si è trattato di governare sono emerse le divisioni e la mancanza di visione. Sono stati capaci di motivare la gente a rischiare la propria vita per non essere considerati più cittadini di serie "b". Ora dobbiamo voltare pagina e lavorare per la democrazia, ma guardando indietro non credo che al momento dell’indipendenza la leadership fosse pronta per questo".
Durante la transizione la Chiesa è stata un attore molto importante nel favorire uno svolgimento corretto e pacifico del referendum. Ma ora anche la sua voce appare meno forte, perché?
"Perché la Chiesa stessa è affossata dalle sue sfide interne. Prendiamo la diocesi di Wau, la più grande del Sud Sudan, estesa su tre stati che coprono un territorio grande come metà Italia. Durante la guerra il 30-40% della popolazione era cattolica, ora siamo al 60-70% perché siamo riusciti a raggiungere anche le comunità isolate. Questo con solo 20-30 preti e 400 catechisti ad occuparsene. Senza dimenticare che stiamo parlando di una popolazione in condizioni veramente disperate, affamata, che fatica a produrre il cibo necessario a sopravvivere. Le persone aspettano le piogge, ma quando queste arrivano ci sono spesso alluvioni. Negli ultimi anni abbiamo aperto un ospedale, una radio, aumentato le scuole, ma abbiamo bisogno di sostegno per la formazione dei preti, dei catechisti, del personale medico e degli insegnanti. La Chiesa fa sentire meno la sua voce perché è appesantita dalla sua stessa sopravvivenza. Restiamo comunque in contatto con le autorità e cerchiamo di richiamarli alle loro responsabilità perché non è più il tempo delle armi, ma di governare. La libertà non la si raggiunge il giorno della liberazione, ma è un processo lungo di animazione e giustizia".
Dopo la secessione, la Conferenza episcopale ha deciso di restare unita, ma al nord il governo nega visti ai missionari, ai sacerdoti e a molte ONG. Siete preoccupati per il futuro della Chiesa in Sudan?
"Sì, sono preoccupato, ma non veramente pessimista. Penso sia un periodo critico per la Chiesa in Sudan, ma i sudanesi sono persone veramente forti e credo che presto o tardi, il Sudan non sarà più lo stesso. Ci sono movimenti in corso in Darfur, nei Monti Nuba, nel Sudan meridionale e ad est, ma anche nella stessa Karthoum. Credo che il cambiamento arriverà, anche se ci saranno sofferenze, ed emergerà un nuovo Sudan dove ci sarà accettazione reciproca e giustizia".
La crisi politica tra Sudan e Sud Sudan sta creando conseguenze pesanti per la popolazione. Crede che un giorno i due Paesi potranno essere realmente fratelli?
"Non credo possano tornare ad essere un’unica nazione, ma certamente ci potrà essere una miglior collaborazione per lo sviluppo e la crescita. In tante parti del Sudan ci sono risorse che non sono state sviluppate come in Darfur, nei Monti Nuba e nella parte meridionale".
Nonostante tutto è quindi ottimista del futuro?
"Certo lo sono, anche se ho dei dubbi sui leader oggi al potere a Juba come a Karthoum. È arrivato il tempo perché le cose cambino anche nel nord dove ci sono elementi che credono sia arrivato il momento di creare una società libera e pluralista. Non penso avverrà esattamente ora, ma i figli degli uomini di oggi vedranno quel giorno. Credo che alla fine il nord avrà bisogno del sud per le risorse necessarie allo sviluppo e il Sud ne avrà comunque dei benefici. Come nella migliore tradizione africana dove il vicino è il primo a godere dei nostri frutti e il primo a correre in nostro aiuto quando abbiamo bisogno. Una logica nel miglior spirito dell’Africa, ma anche dell’Islam e del Cristianesimo. Dobbiamo essere capaci di utilizzare le nostre fedi per creare una realtà più ricca e un futuro più prospero".
a cura di Michele Luppi Sud Sudan