MEETING DI RIMINI
La malattia, la violenza, la morte non spengono il desiderio di infinito
Medicina e persona. Malattia come limite e opportunità di scoperta. Ma anche la violenza religiosa e il mito costruito su di essa. Sono, questi, i temi affrontati ieri, 23 agosto, a Rimini nel corso della quinta giornata, 23 agosto, del Meeting di Comunione e Liberazione.
Quell’amore pieno di tenerezza. Come la malattia, da limite iniziale, possa costituire un elemento di "apertura all’infinito" è stato testimoniato da Javier Gutiérrez, ortopedico responsabile per la Spagna dell’associazione "Medicina e persona", e dall’ingegner Stefano Conti. Grazie all’incontro con due ragazze, una brasiliana e una romena, alle quali erano state amputate parti importanti del corpo, Gutiérrez ha "aperto il cuore sul significato della professione medica", che per lui era diventata "una routine esasperante. Ora racconta è cambiato il mio modo di concepire la medicina, nel segno del rapporto con il paziente come persona". Relazione che implica "non solo provare compassione, ma essere ‘commosso’ per lui o per lei, e per le sue necessità" mediante "un amore pieno di tenerezza che insegna ad amare come il Signore. È Lui che ama attraverso di noi. Veramente si impara a scoprire la strada da percorrere, seguendo l’insegnamento di chi ha dato la vita per noi". Se pure "non possiamo dare la felicità", dobbiamo prosegue il medico spagnolo – "accompagnare alla speranza. Il limite ci fa interrogare: nella vita tutto è occasione di apertura all’infinito, sia i momenti di felicità che quelli drammatici".
Una bellezza che salva il mondo. L’esistenza, ha aggiunto Gutiérrez, "è gratuita: prima o poi la vita finisce, ma quanto più l’avremo consegnata agli altri, meno la perderemo con la morte". Quindi "la malattia, a prima vista, rappresenta un limite al raggiungimento del desiderio infinito di felicità. Ma spesso proprio attraverso questo limite arriviamo a scoprire in cosa consiste la felicità, applicando la legge che il Signore ha usato nei nostri confronti, quella dell’amore". Nonostante la perdita violenta del padre quando era ancora bambino, e nonostante la grave malattia della madre che oggi accudisce assieme ai suoi fratelli, il giovane Stefano Conti non smette di ripetere che "occorre una grazia, per sperare: non una magia o un’illuminazione trascendentale, ma una grazia concreta". La malattia è "sì, un limite. Ma tutto questo racconta mi sta educando ad amare l’infinito. E i malati si possono compatire superficialmente, ma si può anche guardare in faccia il mistero che è loro, lasciandosi salvare dal loro sguardo. Il sorriso di un malato è una bellezza che salva il mondo".
Un mito dell’età moderna. Del "mito della violenza religiosa" ha parlato William Cavanaugh, docente alla DePaul University di Chicago, spiegando l’idea, particolarmente diffusa in Occidente, per cui le religioni sarebbero, per natura, fonte esse stesse di violenza. L’esperto ha condotto un’analisi delle contraddizioni negli studi dei teorici del "dna violento" della religione, pur non intendendo "scusare le fedi" se pure "contribuiscono alla violenza". In ogni caso, ha spiegato, "le ideologie religiose non spingono alla violenza più di quanto facciano le istituzioni secolari". Mediante un excursus storico, ha evidenziato come "fino all’era moderna" non ci sia stata "distinzione tra religione e politica: per i romani il termine religio racchiudeva tutti i doveri, e nel medioevo la differenziazione veniva usata solo per distinguere il clero diocesano dagli altri. La distinzione, per come la conosciamo oggi, è una creazione delle lotte di potere religiose e civili". In America, in modo particolare, questo mito è stato enfatizzato dal 1940 in poi, quando la religione iniziò a essere vista come "forza sociale pericolosa che provocava divisioni, e allora furono vietate le preghiere a scuola e tagliati gli aiuti statali alle scuole cattoliche". La violenza, secondo Cavanaugh, "si alimenta della necessità di corrispondenze binare del tipo noi/loro. Eliminare il mito vuol dire eliminare una di queste corrispondenze facendo sì che i nemici diventino amici".
Il cattolicesimo della presenza. Un’analisi più specifica del rapporto tra violenza religiosa e Chiesa cattolica in età moderna è stata condotta da Paola Vismara, docente di Storia della Chiesa all’università di Milano: "il Vangelo condanna la violenza in nome della religione e in genere, basti pensare alla parabola della zizzania, o a quella dell’adultera". La studiosa ha affermato che "il cristianesimo non è sempre stato esempio tolleranza nelle manifestazioni concrete, ma i fenomeni ha specificato – vanno colti storicamente". I secoli con più martiri sono stati "il ‘700 e il ‘900: nell’età moderna gli aspetti di violenza ci sono stati senza dubbio da parte cattolica e protestante" e sono dovuti al fatto che "lo stato moderno si fonda sulla coesione religiosa e politica: la religione del principe diventa quella del popolo, con conseguente primato della politica sulla religione". Nella fase post-tridentina, con l’impegno per la "cura della anime e il carattere popolare della fede", è stata ricercata una "comunicazione efficace e corretta del messaggio cristiano". Veicolo di un "cattolicesimo non della violenza, ma della presenza". Ibrahim Shamseddine, fondatore dell’Imam Shamseddine. Foundation for dialogue di Beirut, ha spiegato come la religione possa contribuire al dialogo: "Tra cristiani e musulmani ci sono stati, finora, tre tipi di dialogo: quello della spada, quello della teologia e quello della vita. La violenza ha detto – fa parte dell’uomo e quindi anche della religione, che la riconosce come parte della natura umana. Non fa parte del credo ma fa parte dei comportamenti dei fedeli".
a cura di Lorena Leonardi, inviata Sir al Meeting di Rimini