MINATORI SULCIS

Un gesto estremo

Prosegue la protesta a 373 metri sotto terra per chiedere piano di rilancio

Prosegue da due giorni la protesta di una quarantina di minatori con l’occupazione dei pozzi a -373 metri della miniera di Nuraxi Figus, a Gonnesa, nel Sulcis, in Sardegna. I lavoratori chiedono lo sblocco di un piano di rilancio per la produzione di energia pulita dal carbone attraverso la cattura e lo stoccaggio di Co2 nel sottosuolo. Intendono andare avanti ad oltranza fino a che non otterranno risposte alle loro richieste. All’interno vi è anche custodito esplosivo, oltre 600 chili, utilizzato dai minatori durante le lavorazioni e ora “sequestrato” dagli occupanti. In passato la miniera, dove lavorano 463 persone, è stata occupata altre tre volte: nel 1984, nel 1993 e nel 1995, quando i lavoratori rimasero asserragliati in galleria per 100 giorni. Il Sir ha raccolto alcuni pareri in Sardegna.

Pace sociale a rischio. "Purtroppo i problemi vengono alla ribalta solo quando si fanno gesti clamorosi. Non era annunciato ma prevedibile. Se non si trovano esiti favorevoli alla vicenda, è in pericolo la pace sociale". E’ la preoccupazione espressa da don Roberto Sciolla, direttore della Caritas di Iglesias e delegato regionale delle Caritas di Sardegna. "Non è giusto che, per far emergere problemi annosi, ci si trovi costretti ad atti così eclatanti – osserva don Sciolla, che conosce diversi parrocchiani coinvolti nella vicenda -. Il fatto è la che politica dovrebbe governare l’economia. Se la regione e la nazione rinunciano a questo compito, ecco le conseguenze. Si dice sia la fine della crisi ma io temo un autunno caldissimo". A suo avviso "una buona fetta di responsabilità spetta ai politici regionali e poi nazionali. Abbiamo una vicinanza solo a parole. Le politiche vanno integrate a livello europeo, ma si ha l’impressione che manchi la volontà". Don Sciolla ricorda che il Carbosulcis ha una storia a sé, "è l’unica miniera rimasta: il discorso è complesso. Il nostro territorio, dopo la chiusura delle miniere, è stato caratterizzato da una serie di attese nei confronti di alcune industrie che lavorano con l’alluminio, e nella trasformazione del piombo e dello zinco. Sono industrie altamente inquinanti, per cui ci siamo sempre trovati nella difficile alternativa: discariche o lavoro". "Ora i contraccolpi sono pesantissimi – ricorda -. Già l’inverno scorso abbiamo avuto comitati spontanei di disoccupati che bloccavano centri e strade, per impedire l’accesso di merci e persone. Purtroppo se ne parla solo quando si fanno gesti estremi. Siamo sotto la dittatura del mercato più deteriore, in più la politica regionale non riesce a coordinarsi con l’Italia e l’Europa".

L’attenzione della Chiesa. Nel frattempo le condizioni sociali del territorio peggiorano: "Il 50% dei giovani se ne va. Nei centri di ascolto abbiamo avuto una crescita di persone e famiglie in difficoltà, molte sono famiglie di minatori". La Chiesa sarda – sottolinea don Sciolla – "ha fatto numerosi pronunciamenti pubblici, è attenta alla situazione, ma non possiamo risolvere i problemi magicamente. Possiamo dare solo solidarietà e aiuto. Ogni diocesi ha dato vita a gruppi di solidarietà e centri di ascolto, con pochissime risorse. Sono state avviate numerose iniziative di sensibilizzazione ma non bastano". A livello locale, prosegue, "ogni tanto ci sono incontri e programmi. Ma ho l’impressione che alcuni programmi siano già decisi o non vengano rispettati". "Io davvero temo per la pace sociale – conclude -. In questo periodo si oscilla tra la rassegnazione e la voglia di ribellione. Speriamo non si arrivi a situazioni spiacevoli. Mi auguro che parlarne faccia finalmente emergere la realtà".

Mancano "risposte chiare". "Bisognerebbe arrivare a risposte chiare che son sempre mancate – dice don Pietro Borrotzu, delegato regionale della pastorale sociale e del lavoro -. Ma su tutta la partita delle varie forme di produzione dell’energia, sull’uso del carbone, c’è un deficit politico non solo locale. I minatori fanno bene a difendere il loro posto di lavoro con i denti, ma d’altra parte il Sulcis è una delle zone che rischia di più in Italia, è un crollo verticale, non ci rimane più nulla". A questo si lega il discorso della crisi del comparto dell’alluminio, l’Alcoa e l’EuroAllumina: "Non c’è una vertenza chiusa – prosegue Borrotzu – e sono tutte problematiche perché possano essere chiuse: a venti anni dalla precedente occupazione delle miniere non è stato risolto nulla". Per il sacerdote "il mondo non può continuare così: sono problemi antichi che non sono mai stati affrontati e risolti". Don Borrotzu spera che le minacce costituite dai 690 chili di esplosivo e i mille detonatori custoditi dai minatori nelle viscere di Nuraxi FIgus "siano dettate solo dalla disperazione: ma ho la sensazione che vengano prese poco in considerazione, quasi delle boutades, e c’è sempre il rischio che qualcuno faccia gesti inconsulti. Non vorrei che la minaccia dell’uso degli esplosivi diventasse qualcosa di grave ed imminente davanti alla mancanza di risposte e dalla poca considerazione del problema". È necessario, per don Borrotzu, che "si faccia un lavoro di mediazione, di appoggio e di solidarietà, e colloqui con i minatori. Oggi si riunisce il Consiglio Regionale, ma all’ordine del giorno non si parla delle miniere, ma solo dell’Alcoa: è debole come iniziativa. Bisogna uscire in modo forte, il Consiglio deve far sentire la sua voce in maniera determinata. In casi di questo genere bisogna dare risposte concrete alle necessità della popolazione".