FEDE E VITA PUBBLICA

Chiamati alla responsabilità

Settimana Meic: pensiero e impegno degli intellettuali nel 50° del Concilio

"La storia: opera di Dio e responsabilità dell’uomo" è il tema attorno a cui si è sviluppata, a Camaldoli, la tradizionale Settimana teologica del Movimento ecclesiale d’impegno culturale. La Settimana, che si è conclusa oggi, ha coinvolto 150 intellettuali cattolici provenienti da tutta Italia, in rappresentanza delle diverse realtà locali del Meic ma non solo, e ha messo in luce svariati argomenti, dalla politica e l’impegno dei cristiani alla dignità e le sfide del lavoro, toccando il ruolo della famiglia nella società e nella Chiesa. "La Settimana teologica di Camaldoli è da sempre spazio di dialogo e confronto" spiega, in un’intervista raccolta da Lorena Leonardi per il Sir, il presidente nazionale del Meic, Carlo Cirotto, "e in occasione dei 50 anni dall’apertura del Concilio abbiamo scelto d’interrogarci sul ruolo che gioca la nostra fede nella vita individuale e sociale, in particolare per quanto riguarda la rappresentanza politica, i criteri di distribuzione delle risorse pubbliche, i problemi del mondo del lavoro e quelli della famiglia".

Che ruolo possono svolgere gli intellettuali cattolici in un tempo di crisi economica, incertezza e disorientamento come il nostro?
"Possono dedicarsi alla lettura dei segni dei tempi, mostrare la loro peculiarità di cristiani che si pongono con lo spirito del Concilio di fronte agli eventi concreti del nostro tempo. A livello individuale c’è già chi s’impegna sui vari fronti: il passato presidente del Meic, Renato Balduzzi, ora è ministro della Salute e ci sono, tra i nostri partecipanti, moltissimi amministratori pubblici".

Ora più che mai ci sarebbe bisogno di un pensiero alto. Ma sembra, a volte, che la voce degli intellettuali sia un po’ flebile.
"Forse manca un raccordo tra le varie famiglie ecclesiali. Ogni tanto gli intellettuali parlano, che poi non vengano ascoltati è un’altra questione".

I temi che avete trattato prendono spunto dalla "Gaudium et spes", costituzione pastorale dove i padri conciliari posero l’attenzione della Chiesa sulla necessità di aprire un proficuo confronto con la cultura e con il mondo. "Cittadini dell’una e dell’altra città" (Gs 43): quali sono, cinquant’anni dopo, le eredità che ci ha lasciato il Concilio?
"In parte è un’eredità già superata. Ad esempio, per quanto riguarda la famiglia, dal momento che i problemi che abbiamo oggi sono esplosi dopo il Concilio. Che in questo caso può suggerire lo spirito, ma niente di più. Per il resto va recepito come indirizzo fondamentale, paradigma di comportamento ecclesiale. Dobbiamo sforzarci di leggere i tempi in tutti i campi dell’esperienza umana. In tre concetti, l’eredità è racchiusa nella Chiesa come popolo di Dio, nella lettura dei segni dei tempi dal punto di vista culturale, e nel rifiuto dei profeti di sventura".

Con quali prospettive il Concilio ci consente di guardare al futuro?
"Con la prospettiva dell’ottimismo di chi sa che nella storia accanto al male c’è pure il bene. Anche in forma di seme che, una volta identificato, va coltivato".

"I cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione alla politica ed essere d’esempio" (Gs 75) nell’amministrazione del bene comune. Quale via per i cattolici chiamati all’impegno politico?
"Questo è un problema scottante e attuale. Ritengo che, piuttosto che ricompattare un partito, sia meglio essere come il sale nella minestra, così possiamo condire tanti tipi di minestre diverse. Ma penso che manchi la presa di coscienza, libera e individuale e con le caratteristiche della migliore umanità. Che dev’essere precedente rispetto a qualunque scelta politica".

"Con il lavoro l’uomo rende servizio ai fratelli, pratica la carità e collabora al completarsi della divina creazione" (Gs 67). Come rispondere alla sfida del lavoro in un momento tanto difficile come quello odierno?
"Non c’è una ricetta semplice e unica. Le possibili ricette sono settoriali e molteplici, serve un occhio panoramico. ‘Lavorare meno e lavorare tutti’ potrebbe essere uno slogan, ma non si sa di preciso come attualizzarlo. Serve maggiore giustizia nel lavoro, non solo nel senso della retribuzione ma nel trattamento della gente che lavora, e maggiore onestà anche da parte del lavoratore".