MINATORI SULCIS
Uomini che a 373 metri sotto terra parlano della loro lotta per la dignità e i diritti
L’escalation della vicenda dei minatori nel pozzo della miniera di Nuraxi Figus rende ancora più dura e triste la protesta: l’atto del minatore Stefano Meletti, che si è ferito a un braccio, e la continua minaccia dell’esplosivo richiedono un’ulteriore riflessione. Ieri sera il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato un messaggio ai minatori dicendosi "profondamente partecipe della loro condizione e delle loro ansie". Debora Aru è una giornalista free lance sarda. Insieme con la collega Francesca Sanna sono state le prime a riuscire a scendere nel pozzo la mattina di lunedì. "Ora Stefano Meletti sta bene, ma loro dice Debora Aru al Sir sono sempre determinati a proseguire la lotta. Scendere nel pozzo a me ha fatto impressione. L’idea che queste persone lavorino là sotto, con praticamente un palazzo di centocinquanta piani sopra la testa per otto ore al giorno, è sconvolgente" .
Quel gesto del leader. Per Aru si è raggiunta la soglia della disperazione: "È il punto di non ritorno, dove non c’è più niente da perdere. Il Sulcis è una delle province più martoriate d’Italia, quella più povera. Quella della Carbonsulcis è l’ultima miniera rimasta in Italia. Non c’è alternativa". La free lance avverte la solidarietà nei confronti dei minatori: "Credo che il sostegno loro ce l’abbiano non solo da parte della stampa, ma anche di tutti i sardi che sono con loro nella battaglia. Don Sciolla, il delegato regionale della Caritas, ha parlato di esplosione sociale e io penso che ci siamo arrivati prosegue Aru : il fatto che un minatore leader della protesta, una delle persone più forti, determinate, che sosteneva la lotta invitando gli altri a esser fermi ed irremovibili, abbia compiuto un atto così sconvolgente significa che siamo arrivati a una situazione di completa rottura".
Le istituzioni devono ascoltare e rispondere. "La gente è sul serio disperata, giocherà il tutto per tutto. Le istituzioni a questo punto devono iniziare ad ascoltare e dare risposte concrete". Per la giornalista "se si è arrivati a questo punto non è per situazioni improvvise che si sono presentate ieri, tutti i minatori ci hanno detto che un giorno la miniera chiudeva e l’altro no, per un anno si lavora poi l’anno dopo chissà… la situazione era precaria da tempo. Non so fino a che punto si possa dire che le istituzioni regionali siano presenti accanto ai minatori: ma loro non sono disposti ad accettare che ci sia qualcuno che sale sul carro ora usando la loro battaglia per strumentalizzarla".
In miniera fin da ragazzi. Per Francesca Sanna "il clima è quello di calma apparente: la volontà di lottare è forte, queste persone sono abituate all’occupazione, alla lotta, il territorio è in crisi socio economica da sempre, il problema delle miniere è atavico, i minatori non sono nuovi alle occupazioni. Questa è la terza, dal 1984". "Sono figli prosegue di famiglie che hanno attraversato le crisi nei diversi periodi storici: stanno lottando con la voglia di lottare perché sono abituati a farlo, ma sanno che la prospettiva reale non esiste, non c’è prospettiva d’investimento, sanno che perderanno il lavoro. Loro non stanno lottando per salvare solo la miniera, ma per salvare la loro dignità di uomini". Sanna sottolinea che "ci sono minatori con più di trent’anni di anzianità lavorativa, che hanno iniziato a lavorare da ragazzini per la morte del padre, morto sullo stesso terreno dove loro sanno che troveranno la morte, ma con la dignità umana. Sono molto chiari. Vogliono continuare a lavorare perché vogliono vivere".
Il cibo alla caverna. "Questo è il clima che si respira. Non hanno paura di perdere il lavoro, ma di perdere il loro essere persone: non hanno niente da perdere conferma commossa la giornalista – e te lo dicono con il sorriso. Bisogna vedere gli occhi di queste persone che passano otto ore al giorno nel buio totale e hanno il sole negli occhi quando ti parlano, ti dicono che vogliono vivere, ma la lotta è lotta, non ci sono colori, bandiere, sindacati, non c’è fiducia nella politica e in nessuno. Sono da soli e vogliono vivere. Questo osserva può far pensare anche a gesti estremi: è un momento di risveglio cosciente, di gente che si rende presente a se stessa. È un po’ come se si fosse risvegliato il senso di portare il cibo alla caverna, è una cosa terribile, ma bella, hanno tutti il pensiero delle loro famiglie perché hanno ancora la volontà di portare avanti la vita, è come se avessi respirato il senso di risveglio dell’animo umano".