FEDE E CULTURA
La coscienza: tema del XIII corso dei Simposi rosminiani
Oltre duecento tra filosofi, teologi e psicologi, provenienti dall’Italia e dall’Europa, hanno partecipato dal 29 agosto al 1° settembre al XIII corso dei Simposi rosminiani, promossi a Stresa dal Centro internazionale di studi rosminiani, in collaborazione con il Servizio nazionale per il Progetto culturale della Cei. "Nel mondo della coscienza. Verità, libertà, santità" il titolo del corso. A padre Umberto Muratore, direttore del Centro internazionale di studi rosminiani di Stresa, abbiamo chiesto un bilancio dell’iniziativa.
Padre Muratore, com’è andato questo corso sulla coscienza?
"Ha partecipato al corso un pubblico molto interessato, forse perché manca in giro un’attenzione di questo genere. Parlando di questo tema, innanzitutto bisogna fare una distinzione tra coscienza in generale, che è consapevolezza di quello che si sta facendo, e coscienza morale, che è un giudizio di valore, una specie di tribunale all’interno di noi che ci avverte se quello che stiamo facendo o abbiamo fatto è bene o male. Inoltre, di solito si dice: ‘Io seguo la mia coscienza’. Ma la coscienza va coltivata, formata come voce di discernimento del bene e del male. Altrimenti, può ricevere deviazioni e così questa voce continua a parlarci, ma le nostre passioni, i nostri pregiudizi, la cultura possono distorcerla. Ci vuole, quindi, una certa attenzione per conservare pulita la coscienza".
Oggi la questione della coscienza è molto delicata, ma già ai tempi di Rosmini c’erano problemi?
"Sì, tanto che Rosmini scrisse il Trattato della coscienza morale perché vedeva, contemporaneamente, un progresso e un pericolo: il progresso stava nel fatto che le questioni morali si stavano spostando dall’attenzione all’oggetto della morale allo studio del soggetto, cioè della volontà in se stessa. Infatti, in passato si stava molto attenti al dovere: si davano regole precise e quasi tutto diventava dovere. Quando in epoca moderna si è iniziato a studiare anche il soggetto che deve obbedire alla legge morale, ci si è accorti che il soggetto ha molte difficoltà a seguirla. Il rischio, invece, che Rosmini vedeva era che si poteva passare dal rigorismo di un tempo al lassismo: mentre prima si guardava solo alla legge in se stessa e non si aveva comprensione del soggetto, si era insinuato il pericolo che al soggetto si concedeva tutto e si dimenticava la legge oggettiva a cui il soggetto doveva adeguarsi. Il suo Trattato voleva indicare l’equilibrio tra il vecchio rigorismo e il nuovo lassismo".
Temi di grande attualità anche per i nostri tempi…
"Sono temi molto importanti anche oggi, perché se non si sta attenti a questo valore interiore che è la coscienza, proveniente da una legge che è dentro di noi e nasce con noi, allora la psicologia, la sociologia, la letteratura finiscono con il pensare che la nostra coscienza abbia origine nella cultura del tempo. Se la coscienza fosse questo, si potrebbe cambiarla in continuazione. È importante pensare, invece, come ci insegna la tradizione cattolica, che questa voce interna è al di sopra delle culture, degli stati d’animo, dei tempi; è, quindi, un valore che rimarrà sempre dentro l’uomo".
Quanto incide la coscienza sulla responsabilità?
"Durante il corso abbiamo evidenziato che c’è tutta una zona del soggetto in cui agisce volontariamente, ma prima di avere coscienza. C’è dunque tutto un campo che è male, ma di cui non c’è responsabilità nel soggetto perché non ha ancora uno stato di coscienza tale da valutare sul momento se sta facendo bene o male. Ci sono poi tanti limiti della libertà umana, per cui molte azioni non sono attribuibili come responsabilità all’individuo che le compie, ma hanno radici lontane da lui. Questo campo bisogna valutarlo, perché altrimenti si finisce con colpevolizzare anche chi non lo è. D’altra parte, per agire con coscienza, bisogna coltivare una coscienza libera, senza malizia; così diventa responsabile dei suoi atti sia nel bene sia nel male. Se viene coltivata all’interno di un cammino con retta intenzione, la coscienza sana rende libera la persona".
Durante il corso si è riflettuto su verità, libertà e santità: quale rapporto hanno con la coscienza?
"Gesù ha detto di essere venuto per dare la verità e questa rende liberi. La verità, che è questa coscienza retta, ci permette di avere una vita libera. Una vita libera, seguendo la verità, porta alla santità, che è la perfezione dell’uomo. Abbiamo anche scelto questi tre termini perché nella concezione di Rosmini tutto l’essere si può dividere in tre parti: una forma ideale, il mondo dei pensieri e delle idee, e quindi della verità; una forma reale, cioè il mondo delle azioni, e quindi della libertà; una forma morale, e quindi della santità: una persona, che ragiona in modo giusto e agisce in base a come ragiona, finisce con il diventare un uomo perfetto e quindi santo".
Si è parlato anche di libertà di coscienza e libertà religiosa…
"Quello della libertà religiosa è un problema oggi molto sentito e molto complicato. La libertà di coscienza è già sempre una libertà religiosa. Il progredire della scienza del soggetto aiuta anche la comunicazione con gli altri, in modo che tutto avvenga nella piena libertà e consapevolezza".